Vi portiamo a Nomadelfia, il sogno di una città sopra la collina (reportage)

Padre, quello che mio è tuo, quello che tuo è mio. 

Così siano essi perfetti nell’unità, 

affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato

(Gv 17,21) 

A chi è stato in Israele forse ricorderà, per il principio di proprietà comune, un kibbutz; a chi ha visto La casa nella prateria il fervore religioso e la dedizione al lavoro agricolo dei suoi abitanti farà scattare il paragone con l’America rurale di fine Ottocento; gli studiosi di greco si esalteranno per l’etimologia dei due termini, Nomos e Adelphia, e per il loro significato, legge e fraternità. Benvenuti a Nomadelfia, il sogno di una città sopra la collina realizzato grazie al coraggio e alla tenacia di Don Zeno Saltini, dove si entra, e si resta, per fede, per vocazione e se si è realmente convinti che vivere in comune sia l’unico modo per superare l’egoismo individuale e familiare.

I 4 chilometri quadrati che si rivelano, in un estivo pomeriggio assolato, davanti ai nostri occhi, un’estensione di territorio bella come i tratti aspri e brulli della Maremma e bella perché lavorata e trasformata dall’uomo, si trovano all’interno del Comune di Grosseto.

Un suggestivo scorcio di Nomadelfia e della sua “filosofia”. Ph_Andrea Di Sabatino

Una comunità che ha avuto la visita di ben due Papi, Giovanni Paolo II e Francesco, e già questo è stra-ordinario; ma L’Ordinario non poteva farsi sfuggire la circostanza che, il 10 Maggio 2018, Papa Bergoglio andò a trovarli nella stessa giornata in cui si recò a Loppiano, la località del fiorentino dove ha sede l’Università Sophia di cui ci siamo occupati in un precedente articolo https://www.lordinario.it/luoghi/un-tour-allistituto-sophia-luniversita-dove-si-insegna-sapienza/

Tutto nasce nel 1931 quando Don Zeno, al momento della sua Prima Messa, accoglie come figlio un ragazzo appena uscito dal carcere, Danilo, detto Barile, che era finito dentro per fame. Nasce l’Opera Piccoli Apostoli e Don Zeno, inizialmente, seguito da altri sacerdoti, fa da figura paterna a bambini orfani o abbandonati. Subito dopo la guerra si verifica l’occupazione del campo di concentramento di Fossoli, nei pressi di Modena, e lì nasce la prima Nomadelfia. Una città dove, appunto, la fraternità è legge, Adelphia è Nomos.

Agli inizi Don Zeno ebbe molte incomprensioni sia con lo Stato che con la Chiesa, anche per il contesto internazionale caratterizzato dalla Guerra Fredda, e i primi adepti furono mandati via da Fossoli. La Contessa Pirelli, molto amica di Don Zeno e che condivideva il suo ideale, vendette però un suo palazzo a Milano per comprare una tenuta in Maremma, in realtà molto più estesa di quella attualmente utilizzata, e la donò ai primi nomadelfi che vi si trasferirono nel 1949, accampati con le tende.

A Don Zeno e agli altri sacerdoti venne chiesto di andare via e di fare i preti in altre parrocchie. All’inizio prevalse l’obbedienza ma troppo forte era, nel fondatore, il pensiero di lasciare soli i suoi ragazzi. Da qui, per continuare la sua battaglia, la richiesta e l’ottenimento pro gratia, da Papa Pio XII, della riduzione allo stato laicale. Di solito per un prete questa è una punizione, ma lui la chiese come dono, per andare avanti nel suo progetto. E ha vissuto a Nomadelfia, ridotto allo stato laicale, per 9 anni. Nel ’62 riprese l’esercizio del sacerdozio, perché la Chiesa aveva capito che questa non era una realtà pericolosa, e celebrò qui la sua Seconda Prima Messa (come ricorda una lapide al centro del villaggio), vivendovi fino alla morte, sopraggiunta nel 1981.

Nomadelfia è una realtà particolare che necessita di diversi abiti per presentarsi all’esterno. Per lo Stato è un’associazione civile, e al contempo una Fondazione, che è proprietaria di tutti i beni immobili donati da chi entra a far parte della comunità, e che può a sua volta ricevere donazioni di beni immobili e di finanziamenti; per la Chiesa è una parrocchia a tutti gli effetti, incardinata nella Diocesi di Grosseto; lavorativamente, si presenta nelle vesti di ben due cooperative di lavoro, una agricola e una culturale. Chi vive qui lavora qui e non può lavorare fuori; non percepisce uno stipendio, nel senso che non lo vede, perché il nomadelfo si deve spogliare di tutti i suoi averi e non può usare denaro, però ha contratti in regola con la cooperativa ed è a posto con contributi, pensioni, maternità, disoccupazione, malattia, infortuni. Infine è anche una Onlus ed è fra i soggetti destinatari del 5 per mille; fra le altre cose riceve mobili abbandonati dopo un trasloco, li smonta, li ripara e, in cambio di una piccola offerta, li dona a chi non potrebbe permettersi di comprarli.

Un momento della giornata all’interno della comunità_Ph. Andrea Di Sabatino

A proposito di denaro, chi fa parte della comunità deve imparare a farne a meno perché comunque trova tutto quello che gli occorre all’interno; ma se, ad esempio, ha bisogno di un paio di scarpe e nel magazzino non ne trova della sua misura, chiede l’autorizzazione e i soldi necessari al presidente, per andare a comprarle all’esterno. Un meccanismo molto centralizzato, probabilmente necessario per aderire con coerenza, e fino in fondo, al principio della povertà evangelica.

Come si entra a Nomadelfia? Da bambini si può entrare perché, purtroppo, si hanno avuto situazioni di difficoltà con la famiglia di origine e quindi, tramite Tribunale dei Minori o Servizi Sociali, si può essere accolti nella città della fraternità, che è aperta all’accoglienza dei figli in affido (esiste anche la figura della mamma di vocazione). Da adulti si può entrare solo per vocazione. O si tratta di un figlio di nomadelfi, nato e cresciuto nella comunità, che, una volta diventato maggiorenne, sente di voler continuare a praticare questo stile di vita, o è una persona che viene da fuori, conosce Nomadelfia, si sente attirato da ciò che rappresenta. A quel punto si cerca di capire se è una vocazione vera e questo richiede diversi anni di conoscenza fra la comunità e il singolo, o la famiglia, che vuole entrare; se il percorso procede senza intoppi, si fa richiesta scritta di ingresso al Presidente e, in caso di accettazione, si varcano le porte della cittadina per trascorrere tre anni di postulantato, cioè di ulteriore discernimento. Alla fine del percorso, si viene dichiarati nomadelfi effettivi e l’atto viene formalizzato con la sottoscrizione della Costituzione sull’altare.

Già, perché, come in ogni forma di autogoverno che si rispetti, qui si trova pure una Costituzione.

In essa si regolano tutti gli aspetti del vivere comune, del lavoro condiviso, dell’organizzazione dei rapporti sociali, della fruizione del tempo libero, dei momenti di confronto e di discussione, che a volte danno vita a veri e propri incontri, non di rado aperti anche all’esterno.

E, grazie ad essa, si esplicano i principi dell’autogoverno all’insegna della democrazia diretta; tutte le cariche, a cominciare da quella di Presidente (il cui mandato dura 4 anni e che può rimanere in carica per tre volte consecutive), sono elettive, ma non può esserci una divisione, non può esserci maggioranza o opposizione. Si deve, se necessario con pazienza e sapendo ritornare sulle proprie scelte, arrivare all’unanimità sulla persona che ha raccolto il maggior numero di voti, e un eventuale “No” deve essere motivato solo dalla conoscenza di gravi impedimenti di cui va messo al corrente il Consiglio degli Anziani.

La ratio di tutto questo è contenuta nel motto di Nomadelfia, Ut Unum Sint, Perché siano una cosa sola, il desiderio che Gesù espresse al Padre nell’ultima Cena, la ricerca perenne del superamento della dimensione individuale per essere un organismo unico.

Nel nostro tour abbiamo visto la falegnameria, l’officina meccanica, un bar che viene aperto la domenica per alcuni momenti conviviali, la stalla dove vengono munte le vacche (anche la domenica mattina, a turno), il caseificio dove si produce il formaggio, unico bene, insieme al vino, ed eccezionalmente quest’anno, all’olio, il cui surplus viene venduto a persone esterne in visita che ne fanno richiesta, perché per il resto tutto è prodotto per il consumo interno. Abbiamo visto laboratori medici, la sala dove si provano gli spettacoli con i quali i ragazzi, ogni estate, portano in giro per l’Italia la mission della città con performance musicali e sketch comici, e naturalmente la chiesa, perché ci sono sacerdoti e diaconi che condividono la vita della comunità al pari degli altri fratelli; abbiamo visto una televisione, che produce programmi visibili solo via cavo all’interno di Nomadelfia; e abbiamo visto scuole.

La produzione del latte è tra le tante attività di autosostentamento di Nomadelfia_Ph. Andrea Di Sabatino

Esatto, avete capito bene,  qui ci sono scuole, ci sono bambini che frequentano le elementari e ragazzi che frequentano medie e licei. Sono preparati da docenti interni, che seguono i programmi ministeriali, ma sostengono gli esami all’esterno come privatisti. Nata nel 1968 grazie alle possibilità offerta dalla legge sulla scuola parentale, è una realtà strutturata, con segreteria, aule, Lim, e altre tecnologie moderne.

Don Zeno aveva una sua particolare idea di pedagogia ed era forse fin troppo radicale, perché non voleva nemmeno esistessero le aule, e avrebbe fatto lezione sotto gli alberi. Come ci dice Marco, addetto all’ospitalità: “È giusto fare anche lezioni in aula ma l’idea che permane è che la scuola non si esaurisca dentro l’aula, e si parla di scuola vivente, perché tutto è scuola. Così ad esempio al sabato i bambini vanno a scuola ma non in aula; se quel sabato in un dato gruppo familiare si sa che viene preparata la marmellata, si portano i bambini a vederla fare, ad aiutare a farla, perché anche quello è considerato scuola. Oppure si portano a cercare funghi nella macchia, e intanto si fa lezione di scienze e si spiega cosa è un fungo. O nella stalla a vedere tutto il ciclo di trasformazione dal latte al formaggio. O nell’officina meccanica. Alle superiori, finito l’anno scolastico, i ragazzi vengono divisi nelle varie aziende e imparano a fare i vari mestieri, e l’anno dopo ruotano fra loro nelle varie aziende. Si arriva intorno ai venti anni sapendo fare un po’ di tutto. Ma anche chi entra da adulto si deve adattare a una disponibilità per diversi servizi e lavori. Attualmente vivono 320 persone, suddivise in una cinquantina di famiglie, suddivise a loro volta in 12 gruppi familiari, 11 qui a Grosseto e 1 a Roma, in zona Monte Mario, dove abbiamo il Centro di Spirito”.

Cosa è un gruppo familiare? Ce ne rendiamo conto quando andiamo a pranzare al Betlem Basso, il nome del gruppo in cui vive Francesco, il Presidente. Francesco e basta.

Non si chiamano per cognome, solo per nome. Hanno un’anagrafe interna, e anche in tutte le comunicazioni interne non viene usato alcun cognome, solo i nomi propri. In caso di omonimia si mette l’iniziale del nome del marito, o della moglie, o del padre. Lo si nota visitando anche il suggestivo cimitero interno, vicino alla Sala don Zeno in cui Papa Francesco incontrò la popolazione di Nomadelfia.

A pranzo incontriamo un fotografo di Monterotondo, Andrea, come noi in visita per poche ore (e che ci ha concesso di usare le foto che trovate in questo pezzo), e alcuni ragazzi olandesi che invece si fermano per una settimana e alloggiano in foresteria. Cibi semplici ma buoni anche perché quasi tutti coltivati in loco, gentilezza senza inutili barocchismi, rapporti paritari all’insegna di un “tu” che è praticamente imposto, discussione libera su ogni argomento. In tutti, una grande serenità di spirito e la certezza di avere intrapreso un percorso duro e irreversibile ma pieno di soddisfazioni, probabilmente difficili da comprendere per chi è immerso nella materialità della vita quotidiana fatta di tanti averi e di tanti beni, forse illusori, caduchi o superflui. E subito dopo aver sparecchiato e fatto le faccende, ognuno riprende a seguire il programma giornaliero, a cominciare dai turni di lavoro, scritto in una specie di schedario che ogni mattina viene consegnato a tutti i gruppi. Ognuno sa cosa fare, come la ragazza di origine africana che, poco distante, vediamo tornare verso il proprio gruppo familiare, con i suoi figli, a bordo di un pullman interno che li ha condotti per alcune ore al mare e poi li ha riportati a casa.

Un gruppo familiare è composto da una casa centrale, dove ci sono i luoghi comuni (cucina, sala da pranzo, stireria, lavanderia, laboratori, la televisione, la Cappella col Santissimo), e intorno ad essa si trovano delle casette separate, in cui c’è posto per le camere da letto e i servizi delle singole famiglie. Ogni gruppo familiare ha anche un orto, un pollaio, una legnaia.

Molto di ciò che si mangia è prodotto all’interno della città, per il resto provvedono sostenitori a vario titolo, come una famiglia di Modena formatasi a Nomadelfia e poi uscita ma che mantiene i contatti con Nomadelfia stessa aiutandola con il rifornimento di frutta o una cooperativa di pescatori di Castiglione della Pescaia che provvede al pesce.

E i gruppi familiari si alternano, non sono fissi. È un aspetto fondamentale. Nella prima Nomadelfia a Fossoli i gruppi familiari non c’erano, si viveva comunitariamente ma ogni famiglia stava per conto suo.

Ancora la nostra guida Marco spiega questo passaggio storico: “Una volta arrivati a Grosseto, Don Zeno ha pensato che Nomadelfia, col mettere i beni in comune, supera l’egoismo individuale, e va bene, però l’egoismo familiare può essere ancora peggio. Allora partorisce l’idea di fare un gruppo familiare, cioè di mettere un tot di famiglie a vivere in un gruppo. Quando ha preso questa iniziativa, buona parte delle famiglie allora presenti se ne sono andate, non accettandolo. Poi ha pensato che poteva anche sorgere un egoismo di gruppo, col rischio dei clan, e poi se bisogna vivere la fraternità va vissuta con tutti, non solo con determinate persone o famiglie. Per cui ogni tre anni i gruppi vengono sciolti e se ne formano di nuovi, e c’è l’impegno a non attaccarsi né alle persone, perché devi vivere in fraternità anche con chi non ti è simpatico, né alle cose, per cui quando si cambia un gruppo ci si porta dietro lo spazzolino da denti ma non l’armadio. Tanto nella nuova casa ne troverò comunque un altro. La scelta è di sobrietà, tu l’armadio lo cambi se si rompe, non perché non ti piace”.

L’ideale epigrafe di una giornata particolare e, comunque la pensiate, extra-ordinaria.

 

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