Rubrica: Le Storie della Porta Accanto (8). Lo 007 Adelmo a rapporto!

«Quale è il suo nome? Bond, James Bond»

Oddio adesso penserete che tra i numerosi personaggi che quotidianamente incontro nel mio lavoro al pubblico, questa volta ho avuto l’opportunità di conoscere il nuovo Daniel Graig. Niente di più sbagliato. Il mio 007 si chiama Adelmo e sinceramente non so neanche più se sia vivo, tanti sono i mesi che non viene a trovarmi.

So che sta arrivando ancora prima che si presenti alla mia porta grazie ai colleghi che sono in portineria. Mi chiamano immediatamente intonando la musichetta di Mission Impossible, il famoso film con Tom Cruise, avete presente?

Questo è il segnale che Adelmo sta salendo.

Mi affaccio dalle scale per godermi lo spettacolo di lui che arriva.

Cammina rasente alle pareti, guardandosi intorno con fare guardingo, ogni tanto si ferma come se avesse sentito un rumore o si sentisse in pericolo. Sale le scale rivolgendo lo sguardo verso l’alto e poi rapidamente verso il basso. Io gli faccio cenno che tutto è tranquillo, non ci sono persone estranee.

Lo so, forse sto sbagliando a dargli tutta questa importanza ma credo di essere una delle poche persone che ancora lo stanno a sentire, mi fa un poco di tenerezza e non mi costa nulla dedicargli due minuti.

Entra affannato nel mio ufficio.

Come ogni volta indossa il suo completo a giacca grigio, un po’ sgualcito e stropicciato. Il pantalone è corto, sotto si intravede il calzino blu, alla caviglia. La camicia è di un colore indefinito, non credo sia bianca, forse grigia, colpa di un lavaggio sbagliato? Non so.

Porta i capelli a spazzola ma nella testa ha tante di quelle ritrose che le ciocche vanno da una parte all’altra. Comnque sia, quello che colpisce di più è il colore. Evidentemente ha fatto un tentativo di tinta casalinga con il risultato che i capelli sono quasi arancioni con una vistosa ricrescita bianca alla radice. Avrà più di 70 anni.

Viaggia sempre con una cartelletta in simil pelle chiusa da un elastico.

Lo saluto.

«Sssssssss» – mette l’indice sulle labbra e con un filo di voce mi invita a parlare piano perché sicuramente qualcuno ci sta ascoltando. Lui lo sa, lui è stato nei servizi segreti, ha fatto la guardia del corpo. In ogni ufficio, in ogni luogo pubblico ci sono microspie e videocamere, ci stanno controllando, sanno tutto di noi.

Ma lui no, non lo fregano.

Mi ha preso a benvolere e dunque ogni tanto viene a ricordarmi di non sbilanciarmi troppo, di non parlare male del governo, di diffidare di quella o quell’altra persona.

Stamattina è venuto per mettermi in guardia rispetto a un mio collega, un vigile urbano – lavora per i servizi segreti – mi sussurra – cerca di non parlargli troppo.

Tutte le prove sono dentro la sua cartella, dalla quale non si separa neppure quando dorme.

Mi fa vedere delle fotografie, quello che vedo è un lui giovane insieme a personaggi noti. Mi dice che erano le persone che proteggeva. Non so, forse mi sta dicendo la verità? Ho davvero incontrato uno 007 italiano?

Si fida di me e decide di farmi vedere tutti gli encomi e le medaglie che gli hanno conferito. Ha scelto di lasciare il lavoro nel pubblico e di aprire un’agenzia tutta sua. Al momento lui si occupa solo dei rapporti con i clienti, il lavoro vero e proprio lo sta facendo il figlio.

«Se ha un attimo di tempo vorrei farle vedere anche un’altra onorificenza che mi hanno regalato». Lo chiede con educazione, mi dispiace essere scortese.

«Ho poco tempo Adelmo, magari torna un altro giorno, che ne dice?»

«Volevo farle vedere la statua che mi hanno regalato, però è un po’ complicato portarla su per le scale. Devo anche coprirla, non voglio che qualcuno la veda»

Oh santa pace, mi ci manca pure la statua!

«Adelmo, ci credo, non si preoccupi, me la farà vedere un’altra volta»

«E’ grande sa? A grandezza naturale, forse dovrò venire con un furgoncino.»

Ho cercato in tutti i modi di convincerlo, ha lasciato il mio ufficio con la promessa di tornare con la statua, giusto per farmi vedere che lui non racconta frottole come fanno gli altri.

Da quel giorno non l’ho più rivisto, ho saputo più avanti che si era sentito male e che il figlio aveva scelto per lui una tranquilla casa di riposo.

Sono quasi certa che anche lì non avrà in alcun modo abbandonato la sua cartelletta e che prima di andare a letto avrà controllato scrupolosamente per verificare la presenza delle microspie.

Confesso che ancora oggi, quando qualcuno mi riferisce frasi o dichiarazioni che ho pronunciato nella tranquillità del mio ufficio, la mia mente torna al caro e buon Adelmo e mi domando: Come caspita fanno a saperlo? Che ci sia veramente qualche infiltrato?.

 

 

 

 

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