Cecilia, l’unica violinista donna (e italiana) alla Palast Orchester di Berlino

Pochi giorni fa si è festeggiato il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino.

Ma c’è chi, nella capitale tedesca, non soltanto non si è mai sentito imprigionato, ma vi ha anzi trovato la propria dimensione esistenziale.

È la storia di molti italiani e di sicuro di Cecilia Crisafulli, concertista veneziana di origini siciliane, che da molti anni è l’unica violinista, e l’unica donna, della “Max Raabe & Palast Orchester” https://www.palast-orchester.de/en/. Un prestigioso sodalizio, nato nel 1986, che propone musica raffinata degli anni Venti e Trenta e che da Berlino ha conquistato, e continua a conquistare, le platee di tutto il mondo.

Cecilia, che già si trovava in Germania per perfezionare i propri studi, ha avuto, nel 2007, il coraggio di presentarsi al concorso, l’abilità di vincerlo, l’erasmiana follia di buttarsi a capofitto nella nuova vita fatta di viaggi intercontinentali, di abiti su misura, di palcoscenici prestigiosi e di tanto studio.

Il resto ce lo racconta lei, senza nascondere niente.

La violinista Cecilia Crisafulli in una intensa immagine durante un’esecuzione

Cecilia, la tua mi pare una bella e particolare storia. Una ragazza di origini siciliane che vive a Venezia, tenta il colpaccio della sua vita andando a Berlino, si afferma con uno studio che Leopardi avrebbe detto matto e disperatissimo del tedesco, oltre che del violino che già studiava, e trova la sua dimensione professionale e poi anche affettiva all’estero. Ma è davvero successo tutto così all’improvviso? Tu hai davvero colto un’occasione che non immaginavi si presentasse?

“Io sono sempre stata aperta a tutti i generi musicali e anche se i miei studi sono stati prettamente classici ho sempre tenuto le porte aperte. Quindi è vero che ho colto questa occasione, ma diciamo che avevo le orecchie e gli occhi aperti, mi sentivo incuriosita da tutto ciò che mi girava intorno, dall’interprete che cercava le violiniste per un concerto dal rap al Rock con i violini elettrici. Quando ho letto del concorso che mi ha aperto la strada a Berlino non ci ho pensato due volte, ho mandato il mio curriculum, come però avrei fatto anche per altri gruppi musicali, perché in realtà non è che io sapessi che questa orchestra era già rinomata o famosa. E forse è stato meglio, perché sono andata al concorso quasi con incoscienza, non pensando o sperando più di tanto”.

Fino ad allora non avevi optato solo per il violino. Ti eri esercitata anche su altri strumenti, e hai preso il diploma al conservatorio nel 2002.

“Io ho sempre studiato il violino, a parte il pianoforte quando ero piccola, e quindi ero già specializzata. Avevo appena concluso uno dei due indirizzi all’Università delle Arti di Berlino, quello pedagogico, per insegnare lo strumento, e avevo iniziato da poco quello specialistico per le orchestre”.

Come entri in contatto con la Palast, qual è il primo impatto e se riesci subito a inserirti? Ricordiamo che è un’orchestra composta solo da uomini e tutti tedeschi.

“Sì, io sono l’unica donna, su 13 elementi, e l’unica violinista. Ovviamente mi ero informata prima del concorso almeno per sapere che tipo di musica facevano, anche perché dovevo preparare sei brani e poi suonarli con loro – io come le altre concorrenti, ovviamente – Quando ho saputo di aver vinto non me lo aspettavo e sono un po’ caduta dalle nuvole; allora ho cominciato subito a prendere informazioni, a studiare tutti i brani che sapevo che avrei dovuto suonare un mese dopo alla prima prova ufficiale con loro. Sono stata un po’ sopraffatta dagli eventi e mi sono fatta travolgere da questo nuovo inizio, anche perché, fra le altre cose, ho dovuto preparare il passaporto perché saremmo partiti da lì a breve per il Giappone, e poi per l’America, dove avremmo addirittura inciso un CD alla Carnegie Hall di New York. E poi dalla sarta quindi per farmi fare i vestiti su misura… un sogno a occhi aperti”.

Oltre al talento, Cecilia è dotata anche di simpatia e di una bellezza fresca e semplice

Torniamo un attimo a quando da bambina hai iniziato a praticare musica. Avrai piano piano, come tutti i bambini, iniziato a coltivare un sogno. Quanto la realtà di oggi assomiglia ai sogni da bambina?

“Mah, io devo essere sincera: non mi paragono tanto agli altri bambini che sognano col loro strumento di diventare famosi, perché effettivamente, nel mio caso, non ho mai sognato di diventare famosa con il violino. Io ho iniziato a suonare perché mio papà è violinista; adesso è in pensione ma ha lavorato al Teatro La Fenice di Venezia. Lui ha provato a far suonare alle sue figlie il violino. Con mia sorella, che è più grande, non c’è riuscito, con me sì. Da quel momento il violino per me è stato solo un compagno nel mio percorso di vita, ma l’ho sempre visto come un mezzo, perché grazie ad esso io avevo la possibilità – visto che alle lezioni mi ci portava mio padre – di stare con lui, di studiare con lui, di chiacchierarci. Il legame tra me e mio padre è sempre stato bellissimo, ma si è rinforzato tantissimo grazie al violino. Poi ovviamente ho visto che mi portava risultati, e anche velocemente, i primi concorsi con i premi, e sono felicissima del mestiere che faccio”.

Che particolarità ha questa orchestra? E poi sei stupita di essere apprezzata e conosciuta all’estero, mentre in Italia solo adesso ti stai iniziando a far conoscere?

“Intanto la Palast Orchester esiste dal 1986; sono degli studenti dell’università che poi ho frequentato anch’io a Berlino che si sono messi insieme e hanno deciso di suonare musica degli anni Venti/Trenta, che è quella che suoniamo nei teatri più rinomati in tutto il mondo. In realtà in Italia la Palast era conosciuta prima che ne facessi parte, quindi a prescindere da me, grazie al rifacimento di Sex bomb, che è stata utilizzata anche nella pubblicità della Lancia Ypsilon; oltre a questo erano stati ospiti a Domenica In, facevano tournée annuali in varie città italiane, fra cui al Teatro Olimpico di Roma, hanno inciso anche un CD dal vivo che si chiama Live in Rome, dove suonano anche le musiche italiane di quei tempi, quelle di Bixio e di Cherubini, tipo Parlami d’amore Mariù o Un’ora sola ti vorrei“.

“Poi è un po’ diminuito l’interesse italiano per la Palast, e quindi, mano a mano che si suonava di meno in Italia, ovviamente veniva a diminuire anche l’interesse da parte dell’orchestra, che comunque suona già i suoi 90 concerti l’anno e che quindi può “rinunciare” all’Italia se non ha richieste. Io sono dispiaciuta di questa cosa e quindi sto cercando di far leva sul fatto che sono italiana, ma in realtà non penso che serva. Chi è venuto a sentirci a un concerto sa che l’orchestra è di altissimo livello, la musica meravigliosa, e spero veramente di poter dare la possibilità più che altro agli italiani di sentirci, perché ne vale la pena”.

Il suonare questo tipo di musica ti ha creato dei problemi con i puristi? Cioè con chi pensa che si debbano suonare solo cose più classiche?

“Sì e no, nel senso che all’inizio per me non è mai stato un problema, però a dir la verità, all’inizio, quando ho dovuto dire a mio papà che avevo vinto questo concorso, proprio per il discorso di quanto sia importante la relazione che ho con lui, ho avuto io stessa un po’ di difficoltà a dirgli che non era un’orchestra classica. Un giorno mi ha chiamato dicendomi di aver incontrato i colleghi con cui suonava e che il discorso era a un certo punto caduto su di me. Lui aveva risposto che lavoravo in un’orchestra, senza specificare il nome ma solo descrivendone le caratteristiche. Loro avevano commentato: “Ah, come la famosa Palast Orchester”, al che lui prontamente aveva ribattuto: “No, è proprio la Palast Orchester!”.

“Lì, sollevato, ha capito che effettivamente era un’orchestra di livello, quindi non si è più posto il tema. Secondo me, comunque, ogni genere musicale ha la sua importanza, se si fa con serietà”.

La differenza non sta nel tipo di musica ma nella qualità?

“Esatto, nella qualità, assolutamente”.

Anche perché la carriera l’hai poi decisamente avviata. Veniamo a Berlino. Ancora giovane, vieni catapultata in questa realtà. Non so se tu già prima un po’ di tedesco lo sapevi, ma immagino che cosa possa significare per una ragazza giovane prendere baracca e burattini, partire da Venezia, andare in una città straniera sconosciuta, con la lacerazione anche di un rapporto con la famiglia che si interrompe, in qualche modo. Però, a distanza di anni, tu lì hai trovato il successo professionale e anche quello affettivo, visto che ti sei sposata e hai messo al mondo due figli.

Allora, a me Venezia è sempre stata stretta, e non vedevo l’ora – nonostante io sia molto legata alla mia famiglia, e che ci sentiamo svariate volte al giorno – di andarmene. Quindi i miei genitori sapevano che era giusto che io trovassi me stessa e che mi specializzassi altrove, e mi hanno sostenuta in questo, anche facendo veramente molti sacrifici. Le nostre separazioni non sono state facili, piangevamo ogni volta lacrime copiose, portavo di tutto da casa per sentirmi un po’ più con loro. Però mi è servito, io ho adorato Berlino dal primo momento, il tedesco l’avevo imparato un pochino alle medie, poi l’avevo ripreso a Venezia proprio perché sapevo che sarei partita. In realtà, però, una lingua la si impara veramente sul posto, ma devo dire che non ho avuto difficoltà. Poi studiavo tanto, anche perché a me il tedesco è sempre piaciuto, lo trovo musicale, e mi arrabbio con chi, appellandosi a stereotipi magari veicolati da vecchi film, pensa a tutto ciò che è tedesco come a qualcosa di brutto e di duro”.

“Non è vero, dategli una possibilità”.

Che cosa ti sembra l’Italia, vista da fuori, a livello musicale?

“Il problema è che persino all’estero arriva ciò che diventa virale più che ciò che realmente andrebbe apprezzato musicalmente, quindi è difficile farmi un’opinione. Ma dubito che manchino i musicisti degni di nota in Italia, dubito che manchi la musica vera, quella fatta bene, in Italia. È un po’ il problema dei pro e contro di questi social, che ci danno la possibilità di diventare famosi ma anche di rimanere nell’ombra per dei motivi che ancora, essendo io non pratica di social, non mi so ben spiegare”.

Al di là del tuo caso, sei rimasta impressionata dalle possibilità che Berlino offre a ragazzi stranieri in cerca di fortuna?

“Sicuramente, perché a Berlino c’è una scena musicale che è veramente vastissima. Si suona nel locale piccolissimo, nel teatro nascosto, perfino nelle cantine di casa, cioè ci sono svariate possibilità per mettersi alla prova, per trovare la propria dimensione, per farsi conoscere, per conoscere altri. A me adesso viene più difficile perché ho due bambini piccoli, però quando posso mi piace proprio non solo andare alla Philarmonie, dove il livello della musica classica è di eccellenza assoluta, ma anche nei localini più “sconosciuti” in cui magari quella sera ti capita un gruppo jazz piuttosto che un gruppo di hiphop. Non lo so, in Italia ho vissuto altri periodi della mia vita, non posso dire se in altre città c’è la stessa cosa, ma sicuramente Berlino ha tantissimo da offrire, tantissime occasioni anche per i bambini. Ci sono concerti fatti su misura per loro, che possono addirittura gattonare tra i musicisti che suonano. Io non so se in Italia c’è un’offerta del genere, ma qui ho l’imbarazzo della scelta di dove portare i bimbi. È talmente vasta l’offerta che mia mamma mi dice: “Basta, lasciameli a casa ogni tanto, ‘sti bambini”, quindi proprio ce n’è per tutti i gusti e per tutte le età, ed è meraviglioso”.

A te e a tuo marito piacerebbe che i vostri figli intraprendessero una carriera musicale? Oppure che la musica fosse centrale nella loro vita?

“La musica è già centrale nella loro vita, considerato che io ho suonato fino al nono mese di gravidanza e che la più grande aveva neanche un mese ed era dietro al palco quando ho ricominciato a suonare. I miei bambini già vivono nella musica. Noi ascoltiamo musica di tutti i generi, io li porto sempre, quando c’è l’occasione, ai concerti, alle opere liriche, a tutti gli spettacoli musicali possibili e immaginabili. Pochi giorni fa siamo andate a fare la nostra prima lezione di coro, entrambi hanno già avuto il violino in mano e Julia fa già lezione di pianoforte. Quanto all’eventuale carriera saranno loro a decidere”.

“Mio marito è siciliano, ha una villa in cui organizzava vari eventi (quindi matrimoni, banchetti ecc.), adesso l’ha data in gestione perché da due anni si è trasferito a Berlino per aiutarmi coi bambini e darmi la possibilità di continuare a viaggiare”.

Ti ritieni un cervello in fuga?

“Non lo so, non è che sono venuta a Berlino perché in Italia non avevo la possibilità di affermarmi. Io sono venuta a Berlino perché doveva andare così, secondo me, ma non sono scappata dall’Italia. Un amico dei miei genitori ha cercato per me l’ambiente che lui riteneva più adatto alle mie possibilità, ha creduto in me, ha cercato l’insegnante giusto che potesse seguirmi nei miei studi e l’ha proprio azzeccato. Ecco, va detto che non stavo bene a Venezia. E che sicuramente, conoscendomi, se avessi visto che anche Berlino non era il posto adatto per me, avrei continuato a cercare; perché sono una che non si ferma, non si accontenta. Invece sono stata fortunata perché con Berlino è stato amore a prima vista, è stato il luogo giusto da cui spero di non spostarmi mai”.

Quali sono i prossimi impegni? E cosa vuoi fare da grande?

I concerti in Italia, che a ora sono solo due, ma io confido nella richiesta degli italiani, saranno il 25 Novembre al Teatro Dal Verme di Milano e il 26 Novembre al Kursaal di Merano, ma a parte questo abbiamo un sacco di appuntamenti importanti per l’orchestra, perché è appena uscito il nostro nuovo CD e DVD MTV Unplugged con tantissime sorprese, degli ospiti, dei colleghi musicisti con cui abbiamo lavorato. Poi abbiamo a marzo una tournée in Inghilterra, ad aprile siamo in America, di nuovo alla Carnegie Hall di New York, poi a Chicago alla Symphony Hall, in Canada, in Scandinavia, quindi non ci si ferma mai. Ecco, io da grande mi vedo solo sul palco”.

Magari con un’orchestra tutta tua?

“Perché no?”

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