Contact improvisation, come si balla senza regole? La nostra esperienza di una danza che basa tutto sulle sensazioni

A noi piace provare, vogliamo immergerci nelle sensazioni, nelle emozioni, nelle esperienze. La Contact Improvisation è qualcosa che periodicamente è tornato nella mia vita ed è il motivo per cui ho deciso di scriverne. Un racconto che parte da Sarajevo per arrivare a Mosca, passando dentro noi stessi.

Contact Improvisation: la possiamo tradurre come “improvvisazione del contatto”, ma non funziona molto, suona proprio male. Per rendere meglio il concetto in italiano è meglio parlare di improvvisazione della danza. Niente regole da seguire, niente passi o movimenti prestabiliti, tutto è improvvisato, ma non casuale e si può anche danzare senza musica. I primi esperimenti al riguardo si riscontrano negli Stati Uniti già negli anni ’70, poi, la disciplina si è diffusa in tutto il mondo sino ad arrivare in Europa.

Ero a Sarajevo, nel 2015, quando, per la prima volta, sono entrato in contatto, nel senso più letterale del termine, con la disciplina di danza Contact Improvisation al museo di arte contemporanea Ars Aevi. Alcuni miei amici mi chiesero la disponibilità di fare delle fotografie durante una sessione di danza all’interno del museo, bastò questo a rendere la cosa interessante. Si aggiunse però un altro elemento: il museo era chiuso e solo i partecipanti potevano entrare e muoversi come volevano –  e soprattutto come si sentivano – tra le opere d’arte esposte nelle sale. Come potevo dire di no!

La sessione iniziò con una chiacchierata, è importante conoscersi, è importante sapere chi si ha accanto, cercare di capire, ma soprattutto sentire, le persone del gruppo. Il passo successivo è stato prendere consapevolezza del luogo, dei materiali, degli spazi da usare da lì a poco.

Eravamo in un museo con opere d’arte che trasmettevano un’energia differente in base a come le si osservava e dallo stato d’animo in cui ci si trovava. Dopo un periodo di rilassamento e di adattamento abbiamo iniziato a ballare. In questo caso non c’era musica, i corpi hanno inziato a muoversi, le persone a percepire ogni stimolo proveniente dall’ambiente esterno al loro corpo e a reagire ad esso. Infatti, dopo pochi minuti, l’attenzione è passata all’interno: gli stimoli esterni, suoni, luci, rumori, movimenti, vibrazioni, producevano reazioni e movimenti quasi automatici e, man mano che trascorreva il tempo, si aveva la sensazione di seguire un flusso di qualcosa senza rendersene conto, difficile da spiegare.

Ora vi chiederete, in quanto fotografo, come facevo a conoscere e capire cosa provavano i ballerini? Io ho ballato con loro. Per me è stata la prima volta, e anche l’unica, che mi è capitato di ballare fotografando: le foto sono decisamente inusuali, ma penso che rendano bene l’idea ed esprimano il concetto del vortice e delle sensazioni che si provano in quei momenti. La danza è completamente improvvisata, normalmente chi gestisce la sessione ha in mente come e quando concludere. Il tutto può durare pochi minuti o fino a quando semplicemente non finisce.

Nel museo abbiamo cambiato vari ambienti, dal salone principale ai corridoi laterali, è stato molto interessante vedere come i ballerini interagivano con le opere d’arte, anche se spesso si aveva la sensazione che fossero le opere stesse a muovere i ballerini: non lo sapremo mai…

Ho avuto modo di assistere e fotografare un altro momento di danza a Sarajevo, in Piazza della Liberazione (Trg Oslobođenja), nel centro storico. Ballare in mezzo alle persone che affollano il pomeriggio e giocano a scacchi è un’altra sensazione, completamente diversa dal museo. Qui l’interazione è con persone che non hanno minimamente idea di cosa stia succedendo, oltre che con i ballerini. La musica questa volta c’è ed è dal vivo, improvvisata anche quella. Un bongo e un violino accompagnano i movimenti sommandosi all’atmosfera tipica che si può trovare in una piazza in un sabato pomeriggio. Il pavimento è irregolare, gli spazi sono ampi, ma non sempre “liberi” e ci si sente parecchio osservati. Concentrarsi su sè stessi per capire le proprie emozioni è una cosa molto difficile, ma è tutta questione di esercizio.

Dopo l’esperienza di Sarajevo la Contact Improvisation raramente si è riproposta nella mia vita, o almeno io non l’ho accolta, fino a oggi, a Mosca.

Vi ho già parlato di Sveta in questo articolo, è una guida turistica che cerca di offrire qualcosa di nuovo e di molto più stimolante che non andare al Cremlino o la Piazza Rossa. Luoghi sicuramente importanti, ma poi? Ci uniamo a lei per un’altra esperienza. Anche in questo caso ritroviamo i due elementi principali uniti: danza e arte. E anche questa volta siamo in un luogo decisamente singolare: l’Associazione degli Artisti di Mosca, una realtà che fonda le sue origini nel periodo dell’Unione Sovietica. Un luogo di lavoro e di vita per gli artisti, spesso squattrinati.Ci andiamo!

Mosca è una città molto caotica e rumorosa. Specialmente con l’avvicinarsi dell’inverno la strada diventa ancora più fastidiosa, l’uso delle gomme chiodate non aiuta certamente la quiete. Dopo aver attraversato la strada entriamo in una corte. In questo complesso ci sono 12 appartamenti, di cui 8 tutt’oggi sono laboratori artistici. Il lato più lungo è occupato da una scuola di musica per bambini: pensate alla forma di un teatro, dove al posto del palcoscenico c’è la scuola e sugli spalti, a semicerchio, gli appartamenti/laboratori. Suoni di pianoforte, violino e ottoni provengono dalle finestre, non sono confusi e creano un’atmosfera ovattata e rilassante.

Appena si passa la sbarra d’ingresso alla corte i suoni della strada scompaiono, rimane la musica alternata al silenzio. Ci troviamo in un piccolo angolo di calma nel cuore di una delle megalopoli più grandi al mondo. Sveta spiega ai partecipanti dove ci troviamo; la storia, l’architettura e le vite degli abitanti entrano subito a far parte delle sensazioni delle persone. Si inizia con alcuni esercizi di riscaldamento per poi passare a danzare con gli archi strutturali degli edifici e le piante del giardino. L’architettura entra a far parte della danza. Ci si deve scaldare, la temperatura esterna è ormai prossima allo zero e il rapporto tra le persone è ancora un po’ freddo. Entriamo quindi negli studi d’arte, conosciamo i proprietari. Ci spiegano cosa e perchè lo fanno. In breve tempo l’atmosfera si fa più tiepida, si inizia ad avere un vero rapporto di contatto sia tra i partecipanti che con il luogo in cui siamo. Parte la musica. Le persone si muovono e ondeggiano seguendo i movimenti di ogni partecipante e contemporaneamente interagiscono con le opere. Quadri, sculture, bronzi, bozzetti, scalpelli, vernici, pennelli o sgorbie sono gli elementi di una scenografia dove arte e corpi si intrecciano.

Alla fine di queste esperienze ho deciso che era bello condividerle con le persone e ho deciso di scriverne. Quello che ho imparato è che, nella Contact Improvisation, la relazione tra le persone è importante, il rapporto con l’ambiente circostante è fondamentale, ma l’elemento principale è saper ascoltare il corpo e riconoscere le proprie sensazioni. Solo con l’esperienza si migliora la percezione di sé stessi e solamente dopo aver maturato la conoscenza di chi siamo e dove siamo si riesce a interagire con gli elementi esterni. La base della Contact Improvisation è nella conoscenza di sé stessi.

 

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