Esce ‘Il vino di San jacopo’, un diario di viaggio, scritto e fotografico, tra wine, food e tradizioni

Tre uomini in barca, il romanzo umoristico per eccellenza, nacque per caso. Jerome K. Jerome doveva compilare una Storia del Tamigi per guide turistiche, ma poiché si annoiava a morte ci infilò storielle e gag umoristiche, coinvolgendo i suoi due amici del cuore. Il suo editore decise che della parte storico-letteraria si poteva anche fare a meno e decretò il successo planetario di un autore e di un genere.

Anche i protagonisti della nostra storia di oggi sono tre amici e anche loro si sono divertiti molto nello scrivere un libro, ispirati da una convinzione di fondo: a Pistoia e in provincia, la loro provincia, hanno il vino buono ma non ne sono consapevoli.

Ci voleva, dunque, l’opera congiunta di un ristoratore e sommelier (Simone Bartoli), di uno scrittore (Andrea Turi, anche se “vive di altro”, come precisa nelle sue note biografiche) e di un fotografo (Lorenzo Baroncelli) a far aprire gli occhi agli abitanti della città dell’Orso ma anche a quelli di Montale, Quarrata, Serravalle Pistoiese, Monsummano Terme, Larciano, Lamporecchio e Pescia.

Simone Bartoli, ristoratore ed esperto di vino, Andrea Turi, scrittore e Lorenzo Baroncelli, fotografo, durante la serata di presentazione del libro.

Il vino di San Jacopo – Facce e luoghi del vino pistoiese è stato presentato al pubblico per la prima volta lo scorso 18 Ottobre al Ristorante “Il Frantoio” (http://www.frantoio.eu/), che poi è il locale di cui è proprietario Simone.

L’Ordinario c’era e chi scrive ha avuto anche l’onore di presentare la serata, allietata da cibo e, ovviamente, vino di notevole qualità.

Il vino di San Jacopo è un viaggio – durato due anni, dal 2017 al 2019 – fra le cantine e i vini di una provincia vasta, in cui il vino, dice Bartoli, “è amore e passione anche se il sacrificio è notevole”. Una provincia in cui talvolta si pensa, un po’ per eccesso di modestia e un po’ per la sindrome dell’erba del vicino che è sempre più verde, che il vino che vale la pena degustare ce l’abbiano solo all’estero o, al massimo, a Carmignano e a Montecarlo.

Ma che invece, come ci si rende conto sfogliando le 223 pagine del volume edito da Settegiorni Editore di Pistoia, presenta prodotti di qualità, che dimostrano il valore del lavoro, l’attaccamento alla propria terra e, in fondo, anche un’idea di produzione vitivinicola che non soddisfa solo bisogni alimentari ma che, affondando le proprie radici in epoche remote, diventa un fatto sociale e contribuisce alla coesione di comunità grandi e piccoli (nel testo sono numerose le citazioni al riguardo).

Bartoli e Turi hanno visitato più di quaranta cantine, degustando altrettanti vini. Ad ognuno è accompagnata una parte storica, l’abbinamento con un piatto, il racconto di aneddoti che spaziano anche oltre il mero ambito vitivinicolo.

A completare il quadro, le sensazioni in presa diretta colte dai due autori (che uniscono la sapienza di scrittura di Andrea, che ha al suo attivo pubblicazioni sulla Grecia, sul Kosovo e sul Tibet, e la straordinaria competenza di Simone) e le foto in bianco nero, perché “artistiche”, di Lorenzo, aglianese di origine, laureato in fotografia a Brera, che vive e lavora a Milano e che ogni tanto torna nelle terre di casa, come in questo caso, per cogliere i luoghi, i volti, gli stabilimenti, i movimenti, le mani, le sfumature che fanno la differenza

Inizialmente, e lo scrive Turi nel capitolo intitolato Via Sant’Andrea, il prodotto editoriale doveva consistere in un atlante del panorama vitivinicolo locale; un’idea scartata a favore della tecnica, oggettivamente più accattivante e meno specialistica, del diario di viaggio, scritto e fotografico.

Una scelta decisamente azzeccata.

 

 

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