Rubrica: Le Storie della porta accanto ai tempi del Coronavirus (1)

«Non apprezzi mai le cose che hai finché non le perdi.»

(Kurt Cobain)

Non è semplice scrivervi una delle mie #storiedellaportaaccanto quando mi manca la prima fonte di ispirazione: i miei amati cittadini, quelli che, prima del Coronavirus, tutte le mattine passavano dall’ufficio per raccontarmi una piccola vicenda, un disguido in una pratica, per chiedere informazioni strampalate o anche solo per un saluto.

Siamo tutti a casa, anzi dobbiamo #staretuttiacasa. Nessuno se lo sarebbe mai immaginato, eppure è accaduto qualcosa di terribile che ha cambiato e sta cambiando profondamente le nostre abitudini.

La prima volta che abbiamo sentito parlare di #coronavirus, lo abbiamo collegato ad una città sperduta della Cina, Wuhan, talmente lontana dai nostri pensieri e dalla nostra testa da credere che non esistesse. In quei giorni, in cui pensavamo che il virus colpisse solo gli altri, in molti arrivavano in ufficio, ciascuno con la propria convinzione.

C’erano i complottisti: «E’ tutta una manovra per far crollare la Cina – dicevano alcuni – hanno creato il virus in un laboratorio militare per fare esperimenti su tutti noi – rispondevano altri».

Molti erano gli spensierati: «Si tratta solo di una banale influenza, solo un poco più forte, tosse, mal di gola e febbre ma niente che non si possa curare.»

Altri erano disperati: «Moriremo tutti, non abbiamo speranze, arriverà anche qui e allora sarà troppo tardi.»

Poi c’erano gli organizzati: «Io sono pronto, ho fatto la scorta di scatolette, medicinali, disinfettanti. Posso sopravvivere anche tre mesi».

Quelli che in quel momento ho odiato di più sono stati i cinici: «Tranquilli, tanto infetta solo gli anziani, quelli che hanno qualche patologia. Sarà una bella selezione naturale e poi si riprende più forti di prima.» Ecco, i cinici proprio non li ho sopportati, i loro sorrisini, le loro battute. In quel momento ho pensato ai miei genitori anziani e a come avrei potuto preservarli da questo momento terribile.

Le persone hanno continuato a venire in ufficio finchè non è arrivata la notizia che anche un italiano si era ammalato, e non un anziano, uno di 38 anni, uno sportivo, uno giovane, uno sano. In quel momento molti hanno iniziato a comprendere che forse sarebbe potuto accadere a tutti. Da quel giorno le visite in ufficio hanno iniziato a diradarsi: non avevano più nulla da raccontarmi o semplicemente iniziavamo tutti ad avere paura?

Noi impiegati disinfettavamo tutto: le scrivanie, le maniglie, i telefoni, e quando le poche persone che ancora venivano si presentavano alla mia porta, era triste non poter dar loro la mano, ma solo un saluto veloce e poche parole. Poi tutto è degenerato, talmente rapidamente che molti sono stati colti di sorpresa. I nostri uffici chiusi, se non per le attività indifferibili, il personale che lavora da casa, il divieto di lasciare le proprie abitazioni se non per le attività ritenute essenziali: fare la spesa e acquistare i farmaci.

Eppure io ho continuato a sentire i cittadini vicini, sperimentando nuovi modi per stare in contatto con loro e scoprendo che, comunque, continuavano a darmi materiale per scrivere le mie storie della porta accanto.

Ed ora eccomi qui, rispondo alle loro mail, alle domande che mi pongono attraverso le chat dei social dell’ente per cui lavoro e ancora una volta non posso fare a meno di sorridere leggendo quello che mi chiedono. Non sono gli stessi che vengono fisicamente in ufficio, quelli purtroppo non utilizzano la tecnologia e dunque in questo momento scopro molti persone che ancora non conoscevo.

Hanno iniziato a scrivermi nel momento in cui è stato chiesto di non uscire di casa, chiedendo a noi l’autorizzazione per fare ogni genere di attività.

«Posso andare a tagliare la legna nell’orto che ho in un altro comune?» Mi chiede un uomo a cui cerco di spiegare che non si tratta di un’attività indispensabile e soprattutto è assolutamente necessario evitare di spostarsi da un comune all’altro. «Per me è un’attività indispensabile, mi creda. In qualche modo devo sfogarmi, come faccio a stare qui chiuso insieme a mia moglie che mi chiede di imbiancare casa?»

«Posso andare a fare la spesa nel centro commerciale tal dei tali?», mi scrive un altro. Provo a dissuaderlo: «ma se c’è il supermercato anche vicino a casa sua perché deve andare nel Centro commerciale?» «Perché i biscotti che inzuppo nel latte la mattina li trovo solo lì.»

«Ho sentito che posso uscire per andare ad assistere mia madre anziana»,  si informa una signora. «Certo, sua madre vive sola?», le rispondo. «No, vive con mio fratello ma lui è disabile». «Ma quindi sono solo loro due?» «No, con loro c’è la badante». «Signora, ma se c’è la badante sarebbe consigliato che lei non andasse». «Lo so, ma ho fatto i ravioli e volevo portarglieli!»

E poi per ultimo arriva lui, quello che in assoluto si è guadagnato la medaglia d’oro in questa prima settimana di #iostoacasa.

«So che per gli anziani che vivono soli avete attivato un numero per la consegna a domicilio di farmaci e generi alimentari», esordisce. «Certo, si tratta di un servizio dedicato a chi non ha nessuno che possa aiutarlo», rispondo. «Ok, perfetto. Allora vi lascio il numero di mia madre, chiamatela pure tutte le mattine e fatevi dire che cosa le serve. Grazie».

Visto ragazzi? Neppure il #coronavirus riesce a fermare le storie della porta accanto. Vediamo quello che accadrà durante questo periodo di quarantena forzata, io sono sempre qui e non vedo l’ora di raccontarvi quello che accadrà nella prossima settimana.

 

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