I Visionari d’Aspromonte (parte 1) – Ugo Sergi

Ugo Sergi, da avvocato a “mecenate” del Bergamotto e non solo.
(Reportage dall’Aspromonte)

Questa storia comincia sotto un grande gelso bianco, seduti a un tavolino di legno, davanti a un delizioso latte di mandorla fresco e limonata, rigorosamente biologici e fatti in casa. Davanti a noi, casolari di pietra rifiniti con i colori dell’ocra e tende bianche mosse dal vento accolgono turisti italiani, ma anche francesi, svizzeri, olandesi e tedeschi. A perdita d’occhio si estendono un agrumeto di bergamotti e arance, un uliveto e, più a destra, la fiumara Amendolea, un corso d’acqua con un letto largo e ciottoloso, arido d’estate e con acque impetuose durante l’inverno. Siamo all’Agriturismo Il Bergamotto, nel comune di Condofuri, in Aspromonte, nel regno naturale di Ugo Sergi, un avvocato che non voleva fare l’avvocato e, proprio per questo, ha avuto il coraggio di inseguire un sogno (im)possibile. Ma andiamo per ordine, sotto le fronde di questo albero, che hanno visto progettare molto di quest’utopia realizzata.

Ho conosciuto Ugo Sergi per caso, nel 2015, passando, con un tour organizzato, a visitare il suo bergamotteto, visto che l’ascesa e le caratteristiche di questo prodotto mi incuriosivano molto. Era un periodo particolarmente critico a livello esistenziale per me e, in mezzora, Ugo, da perfetto sconosciuto, ebbe la capacità di farmi un “regalo”. Dal momento che stava spiegando che il bergamotto è una pianta di cui non è certa l’origine, che non si può piantare, né riprodurre in vaso ma solo innestare, oltre a chiedermi (e sostanzialmente a chiedergli) che era un po’ come cercare di capire se fosse nato prima l’uovo o la gallina, gli feci anche una domanda più normale: se l’innesto di bergamotto muore che succede? “Succede che ritorna ad essere una pianta di arancia selvatica, perché l’innesto si compie su questa e quando qualcosa va storto, l’origine, l’anima vera della pianta, riaffiora con tutta la sua forza”. Capite da soli perché questa frase si innestò anche nella mia crisi esistenziale, rendendo il saggio Ugo ancor più speciale ai miei occhi che già avevano notato l’amore sconfinato per la sua terra, i suoi valori, la sua battaglia per valorizzare un territorio, la voce pacata, gli occhi buoni, la barba rassicurante e le idee decise. Oggi, nel 2018, sono tornata qui, nel territorio dove si produce il 95% della produzione totale di Bergamotto (da Villa S. Giovanni a Locri) per raccontare tutta la sua storia di grande Visionario di Aspromonte che ha fatto sì che la piccola azienda agricola dei suoi nonni prima, e dei suoi genitori poi, diventasse un luogo unico, per molti fattori, scardinando tutti gli stereotipi di cui è vittima la sua terra.

Ugo Sergi ci nasce con il pallino della terra. Fin da piccolo accompagna il nonno, segue l’andamento dell’agrumeto, cura gli animali. Il mercato del Bergamotto va molto bene, riesce a far vivere molte famiglie in quegli anni, ma poi, piano piano, il mercato cambia. Negli anno ’70 – ‘80 diventa più difficile vivere di sola terra. I genitori di Ugo fanno sacrifici per farlo studiare, per dargli la possibilità di diventare un professionista, un avvocato. Ma quel tarlo utopico, quel sogno che gratta sulle pareti dello stomaco, non si placa.

“Negli anni ’80 pensare di creare un progetto di economia autonoma in questa zona era impossibile – racconta Ugo – Tutti se ne andavano, partivano, investivano altrove. Nell’89 – ero all’università – presentai un progetto per un agriturismo, erano i primi bandi di cui si sentiva parlare. Allo sportello mi dissero: “presentatelo ma spensieratevi”. Ero il 6° a presentare un progetto, ma quei bandi non partirono mai. Non mi detti per vinto e nel ’91, andai a sentire per un prestito dal padre di un mio ex compagno di scuola che lavorava in un’importante banca. Su 100 milioni mi chiedevano il 18% di interessi e lasciai perdere. Questa era la situazione per chi voleva fare impresa senza capitali. E chi aveva i capitali andava via o investiva altrove. Allora continuai a fare quello che non avevo voglia di fare, cioè laurearmi in legge e fare l’avvocato. Nel 1995, cioè 6 anni dopo, mi arrivò la notifica della Regione, avevano accettato di finanziare il mio progetto. Mi dettero 100 milioni, di cui il 75% a fondo perduto. Usai la formula lavori in economia. Durante la settimana assunsi un muratore e un manovale, durante i weekend chiamavo i miei amici avvocati a darmi una mano con i lavori e la domenica sera si faceva festa con una mangiata. Abbiamo lavorato così per un anno intero. Lasciai l’avvocatura e nei successivi 20 anni, tutto ciò che ho guadagnato, l’ho reinvestito per migliorare questo posto e per allargare le attività. I miei genitori all’inizio mi osteggiarono molto, non credevano che si potesse investire una vita nella terra qua da noi”.

Non è solo un sogno quello di Ugo, ma una convinzione forte, una visione passionale ma veritiera della sua terra che, se si vive il Sud della Calabria per un periodo più lungo di una vacanza, non si può non riscontrare. “Con questo progetto volevo ribaltare il concetto di territorio com’era concepito all’epoca – spiega – ovvero terra arida e difficile, gente scansafatiche e fasulla, e ‘ndrangheta. Questa visione non coincideva con la mia, non coincideva con gli sforzi e le fatiche della gente che vedevo fare ogni giorno. Però, prima di tutto, era necessario sconfiggere un pessimismo sociale diffuso qua. Già alle elementari si inculcava ai bambini che da questa terra bisognava andarsene perché non c’era futuro. Per fare un esempio, vent’anni fa i ragazzini si vergognavano a suonare il tamburello e l’organetto in pubblico, oggi è una tradizione recuperata.”

E così, passo dopo passo, prende vita l’agriturismo, dove oggi, tra tanti ospiti, ci sono anche numerosi gruppi che vengono a soggiornare per fare un workshop di pittura autogestito, per fare trekking nella zona, o per raccogliere i bergamotti insieme a Ugo. Prende vita il ristorante, dove le cene, sono tutte a base di prodotti tipici e a km0 e dove anche i vegetariani possono trovare piatti prelibati. Ma Ugo ha, appunto, un altro tarlo: il bergamotto. Quell’agrume dalle proprietà benefiche e fissatore ottimale per i profumi, usato per il tè, ma soprattutto per la cosmetica e i profumi, che arricchisce i grossisti mondiali ma non la sua terra. Eppure lì, in quella lingua di terra bagnata in gran parte dal mar Jonio, in 130 km scarsi di territorio, se ne produce il 95% della produzione totale. Com’è possibile?

“Mi ci sono voluti anni per trovare la quadratura del cerchio, per ridare dignità, sul territorio, a un prodotto indiscutibilmente benefico e non dannoso, come per un periodo ci hanno voluto far credere, capire perché i nostri produttori venivano pagati così poco e esistevano lobby del mercato mondiale che invece si arricchivano. In America ho scoperto che certi grossisti, grazie all’uso di una molecola sintetica, moltiplicavano il prodotto, che è poco di per sé, visto che si può produrre solo qua, togliendone anche l’essenza naturale. Usavano e usano porcherie. Da questa consapevolezza sono riuscito ad aggirare il problema: producendo il biologico e solo biologico, potevo bypassare i commercianti della filiera mondiale”.

Ecco allora che avviene un altro piccolo grande miracolo: nel 1996 Ugo Sergi, insieme ad altri, crea Bioassoberg, un consorzio di produttori di bergamotto interamente biologico, un’esperienza unica nel suo genere nata dalla voglia di coltivatori illuminati della vallata dell’Amendolea che volevano non solo essere coltivatori ma anche responsabili e protagonisti della filiera finale, difendendo un’unicità di un prodotto locale aprendosi al mercato mondiale. “Siamo partiti in 3 aziende, oggi siamo in 18, un gruppo molto coeso di produttori che attualmente fornisce 4-5000 kg di olio essenziale di bergamotto ad un mercato in crescita che chiede un prodotto naturale e di ottima qualità – racconta ancora Ugo Sergi – I nostri clienti spaziano dagli Stati Uniti, Australia, Corea e Giappone e sono per l’80% industrie cosmetiche, ma anche l’industria alimentare, dove l’essenza viene impiegata anche per l’aromatizzazione dell’olio e del tè. Dal prossimo anno, se tutto va bene, produrremo anche il succo puro da bere, è la nostra ulteriore sfida”.

Torniamo al nostro albero di gelso bianco, perché manca un dettaglio fondamentale, in questa storia. Ugo, in quei magici anni ’90, oltre a lavorate con le proprie mani a quei terreni e a quelle case, incontrava persone, visionari come lui, sotto queste medesime fronde. Alcuni nomi: Pasquale Valle e Mimmo Cuppari. Avevano tutti – e continuano ad averlo – lo stesso grande obiettivo: creare economia locale in modo etico, far conoscere il loro meraviglioso territorio, portare turismo di qualità, persone con la voglia di camminare immersi nella natura, visitare i vecchi borghi, mangiare cibo tradizionale e genuino, dare lavoro e futuro ai giovani e farli rimanere in Calabria. Fu dopo quelle chiacchierate tra i tre che nacque l’idea della prima Ospitalità diffusa in Italia e, insieme, passo dopo passo, misero insieme realtà, enti e persone, per dare vita a una nuova frontiera del turismo, per aprire la dura, ma bellissima terra d’Aspromonte, al mondo. Queste persone lavorano ancora insieme e, in oltre vent’anni, hanno cambiato, decisamente in meglio, un territorio intero e molti giovani lavorano per loro. C’è ancora una nota di colore, in questa storia, rossa precisamente. Con uno dei primi trekking organizzati con il Cai di Ivrea, nel 1995, Ugo ha conosciuto sua moglie Tiziana. Anche lei è rimasta a sognare insieme a questi Visionari d’Aspromonte. Il simpatico ragliare di uno degli asinelli della tenuta, mi ricorda che anche gli animali sostengono questa bellissima storia. Ma di loro e degli altri amici sotto il gelso parleremo nella prossima puntata.

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