Durante la 90ª edizione della Mostra Internazionale dell’Artigianato di Firenze, abbiamo avuto modo di incontrare Veronica Balzani, restauratrice e artista che nel suo lavoro ha messo assieme un’accurata ricerca storica e con la pratica pittorica.
Originaria di Pavia, si è formata a Firenze e porta avanti un percorso artistico basato sulle tecniche antiche. Specializzata nel restauro di opere d’arte, ha trasformando questa competenza in una pratica pittorica d’altri tempi che fa venire in mente le botteghe medievali. Dalla preparazione delle tavole fino alla doratura a guazzo, dalla macinazione dei colori all’utilizzo della tempera all’uovo per stemperarli.
Abbiamo voluto intervistare Veronica Balzani per addentrarci nel suo mondo fatto di colori, studi, manualità e dedizione.

Di cosa ti occupi esattamente?
Mi occupo di tecniche pittoriche storiche del Medioevo e del Primo Rinascimento. La tecnica principale dell’epoca è la tempera all’uovo, quella che si osserva nelle opere medievali e anche in molte del Primo Rinascimento conservate nei musei.
Utilizzi materiali originali?
Sì, molti pigmenti li fabbrico personalmente. Provengono da pietre macinate, ma anche da bacche, fiori, animali e terre. Anche in passato si producevano i colori con una chimica molto semplice: ad esempio il nero di vite si ottiene dalla tostatura dei tralci della vite, quelli della potatura.
Nelle tue opere è sempre presente l’oro. Perché?
L’oro è fondamentale, proprio come lo era per gli artisti dell’epoca. Si utilizzava un oro molto caldo, con tonalità arancio-rossastre. Per ottenere questo effetto bisogna usare una foglia d’oro ad alta caratura, tra i 23 e i 23,75 carati.

L’oro viene mescolato ad altri materiali?
No, si tratta di oro in foglia. L’oro puro sarebbe a 24 carati, ma quello è destinato all’uso alimentare. In ambito artistico la massima caratura è 23,75, quindi estremamente puro. Se si scende, ad esempio a 18 carati, il colore tende al verde per la presenza di altre leghe.
Hai un laboratorio o un negozio?
Sì, ho un laboratorio dietro al Museo del Bargello, in via dei Pandolfini al numero 18, e poco più avanti, al numero 25, c’è anche un piccolo negozio.
Cosa offri esattamente: vendi colori o realizzi opere?
Entrambe le cose. Dipingo sia soggetti di tradizione, ispirati al manoscritto miniato o alla tavola dipinta, sia opere contemporanee. Il mio obiettivo è raccontare la storia dei materiali e delle tecniche.
Com’era considerato il pittore in quell’epoca?
Nel Medioevo il pittore non era visto come artista, ma come artigiano. Era quindi fondamentale scegliere tecniche e materiali che garantissero la massima durata nel tempo, spesso di origine naturale e di alta qualità.

Quando cambia questa visione?
Nel Cinquecento, con la nascita delle accademie del disegno. Da quel momento il pittore diventa artista: diventano centrali la composizione e il pensiero creativo. Parallelamente, però, inizia un lento declino dell’attenzione alla tecnica, che arriva fino ai giorni nostri, dove spesso la durata dei materiali non è più una priorità.
Su quali supporti lavori?
Lavoro su carta, vellum (pergamena), tela e tavole di legno antiche, soprattutto quando realizzo copie.

