Una birra in compagnia: il Luppoleto Sociale.

Negli ultimi anni è aumentata sempre di più l’attenzione nei confronti della birra, rafforzandone cultura e consumo. Non è solo un fiorire di birrerie artigianali ma soprattutto la diffusione della produzione e della distribuzione della birra con modalità e in contesti molto diversi dal passato.

Per la legge italiana la birra non può definirsi tale se non contiene il luppolo. E proprio questa pianta rampicante è al centro di un progetto economico e sociale che rispecchia fino in fondo il rinnovato interesse per la birra e tutti i suoi derivati. Qualche tempo fa è infatti nato nella campagna milanese Il Luppoleto Sociale.

Si tratta di un progetto di agricoltura sociale per soggetti svantaggiati (persone con disagio psichico, ma anche rifugiati politici, migranti in difficoltà, ex carcerati e NEET) inserito all’interno di una rete di economia solidale e popolare che riunisce varie realtà del territorio: Fabbrica Recuperata Cooperativa RiMaflow, UCAPTE – una casa anche per te, La Barriera, Cooperativa Agricola Sociale Madre Terra, Bene Confiscato Libera Masseria di Cisliano e Cascina Sant’Alberto di Rozzano.
Una rete che si fonda sul riuso di beni confiscati alla mafia e dunque doppiamente meritevole.

Nel Luppoleto, curato dall’Università della Tuscia impegnata nella diffusione e valorizzazione del luppolo italiano, sono state messe a dimora 1.400 piantine, alcune delle quali sono state adottate dalla Cgil Lombardia che le ha dedicate alla memoria di alcune vittime di mafia o di criminalità come Lea Garofalo, le vittime della strage di Piazza Loggia, Ion Cozacu, Fausto Spagnoli, le vittime dell’incidente ferroviario di Pioltello, le vittime della Lamina, Emmeline Pankhurst.

Ma al di là delle pur importanti implicazioni sociali sono gli aspetti agricoli ed economici che destano interesse.
Innanzi tutto la produzione del Luppoleto Sociale va ad affiancare la produzione di orzo biologico del Podere Monticelli: ingredienti tutti Italiani e a Km Zero. I cereali, una volta raccolti sono poi lavorati dai birrifici artigianali Alma di Monza e dalla Spilleria di Cassina dè Pecchi per produrre una birra che da questo autunno verrà commercializzata tramite la rete Fuorimercato.
A sua volta, la rete Fuorimercato è nata tre anni fa dall’incontro tra la fabbrica recuperata RiMaflow di Trezzano e SOS Rosarno per la distribuzione diretta dei prodotti agricoli. In pochissimo tempo è diventata una rete nazionale che, muovendosi in un’ottica di economia comunitaria, unisce realtà e produzioni basate su progetti sociali.

Prossimamente, la filiera della birra verrà completato dal malto della micromalteria progettata e realizzata in RiMaflow sulla base dell’esperienza di Carlo Farneti di Campi Aperti di Bologna. Insomma un’incrocio di italianità nel nome della birra.

lascia un commento