In fuga da Alcatraz. Ovvero, di come cercando Jack Folla ho trovato George.

La visita al carcere più duro della storia può trasformarsi in un’esperienza umana.

Per alcuni Alcatraz ha gli occhi di ghiaccio di Clint Eastwood o il sorriso sexy di Sean Connery in “The Rock”. Per quelli della mia generazione Alcatraz è stata (anche) una trasmissione radiofonica ai confini della leggenda. La voce vellutata di Roberto Pedicini, alias Jack Folla, alias Diego Cugia, alias “matricola 3967”, riempiva le notti raccontando i sogni da fuggitivo di un rivoluzionario disc jokey rinchiuso in una delle prigioni più famigerate del pianeta. E’ seguendo quei ricordi che mi sono imbarcata sul traghetto che ogni mezz’ora parte dal Molo n° 33 di San Francisco per approdare, 10 minuti dopo, sull’isola di Alcatraz.

Nella semi perenne nebbia che avvolge la baia californiana, Alcatraz è come Avalon: un miraggio che appare solo ai prescelti. Oscura, silenziosa, fortificata e battuta dai venti, l’isola “è” il penitenziario. Dal 1934 al 1963 (quando Bob Kennedy lo chiuse perché costava troppo) la “roccia” – o “the rock” come lo chiamano ancora – ha ospitato circa 1545 tra i criminali più spietati d’America, tra cui Al Capone, Robert Franklin Stroud (“l’Ornitologo di Alcatraz”), George “Mitragliatrice” Kelly, Rafael Cancel Miranda, Mickey Cohen, Arthur R. “Doc” Barker, James “Whitey” Bulger e Alvin “Creepy” Karpis. Non si arrivava ad Alcatraz perché la società aveva ancora speranze sulla tua redenzione. Si veniva trasferiti qui esattamente per il motivo opposto: per punizione. Regole rigidissime e celle disumane attendevano i detenuti che a loro volta giungevano qui per azioni senza ombra di dubbio disumane. La vita dei reclusi e quella delle guardie era scandita dall’assenza reciproca di privacy, da appelli continui, ronde perpetue, pasti e da una noia alienante. L’ora d’aria era un privilegio da guadagnarsi, così come le visite, la lettura o anche una conversazione. Chi sgarrava era rinchiuso per giorni in gabbie ancora più piccole, in isolamento e senza luce. In pericolo costante erano anche le guardie che dal carcere, a differenza dei detenuti periodicamente rilasciati, non uscivano mai.

A chi visita Alcatraz, ancora oggi, tutta la miseria umana che chiunque sia passato da questo luogo deve aver provato è non solo palpabile ma presente in modo cristallino. Questa montagna inespugnabile di cemento armato trasuda dolore, disagio e una vaga sensazione di disperazione resa ancora più forte dalla vita che scorre a pieno regime solo dall’altra parte della baia. Del penitenziario – e quindi dell’isola – si visita tutto, dalle cucine all’ufficio del Direttore, dalle celle d’isolamento alle docce. Una visita didascalica che vale la cifra non trascurabile del biglietto. Tutto è rimasto come era allora ma con qualche mano di vernice in più. Tutto molto interessante se non fosse assolutamente terribile eppure il luogo gronda di famiglie e bambini. Fuori, come per rassicurare i visitatori che in fondo è tutto un grande luna park, il negozio del museo vende per ricordo ciotole di stagno come quelle usate dai carcerati oppure l’inflessibile regolamento del carcere come souvenir. E proprio mentre passeggiavo rabbrividendo tra gli scaffali pieni di manette-portachiavi e pigiami da carcerati con cui dormire sogni tranquilli, il destino ha mescolato le carte.

Seduto, anzi sepolto da magliette ricordo, bicchierini, tazze e cappellini brandizzati “Alcatraz” c’era un signore anziano. Totalmente ignorato dalla folla di turisti stava tentando di mangiarsi un panino. Poteva essere un volontario anziano (ce ne sono molti negli USA) o semplicemente un visitatore stanco. Ma alle sue spalle c’era un manifesto che lo indicava come l’autore del libro che, guardando meglio, era appoggiato in numerose copie di fianco a lui: “Murders on Alcatraz” (“Assassinii ad Alcatraz”) di George Devincenzi.
Mi avvicino con una scusa.
“Mi scusi, è lei lo scrittore”, chiedo in inglese.
“Si si sono io”, mi risponde sputacchiando prezzemolo.
“Posso chiederle come pronuncia il suo cognome?”.
Mi guarda dritto. Ha gli occhi azzurri. “Devincenzi, George Devincenzi”, fa lui marcando la “zeta” come nella parola “zero”.
“E’ di origine italiana?” insisto io, sempre in inglese.
“Si”, dice il Sig. Devincenzi, questa volta in italiano, “sono italiano. Sono di North Beach (ndr. il quartiere italiano di San Francisco).
“Anche io sono italiana”, continuo nella mia lingua
“Ah. Dove? Mio papà del sud, mia mamma Genova, del Nord”, spiega in un italiano un po’ insicuro ma perfetto. “Como te chiami?”
“Giulia. Ma lei dunque ha scritto questo libro? Ha lavorato qui?” riprendo in inglese.
“Si si, io guardia. Nove anni. Brutta gente. Cattiva”, insiste lui in italiano passandomi la scheda plastificata di un detenuto – uno dei tanti – pluriomicida.
“Molto cattivi? Ma lei era un agente? Mi dice cosa faceva con loro?” continuo in inglese.
“Nooo. No educational. No. Cattivi. Matare.” si anima Devincenzi in italiano e poi, in inglese “Questa non era gente buona. Se venivano qui era perché avevano commesso tanti omicidi. E perché creavano problemi in altri carceri. Noi guardie non educavamo, facevamo le guardie. Non c’era nulla da rieducare. Io ho lavorato ad Alcatraz, come agente, dal 1950 al 1959. Nove anni. Poi mi hanno trasferito. Ogni tre mesi cambiavamo turno e mansione, così il lavoro era più vario e non si creavano rapporti.”
“Ma era davvero così brutto come dicono?” mi gioco la carta dell’ingenuità.
Mi guarda. “Tu leggi. Io scrivo. Cattivi.”, insiste in italiano.
A questo punto la folla dietro di me ha cominciato ad accorgersi di George Devincenzi. Una signora dietro di me si schiarisce la voce come a dire che ci sto mettendo troppo.
“Mr. Devincenzi posso chiederle quanti anni ha?”, sempre io in inglese.
“Novantatrè”, fa lui in perfetto italiano.
“Come mia nonna!”, dico io. “Si. Si Nonno. Io tre figli”, ripete lui. Poi prende un libretto, lo apre alla prima pagina, prende una penna e scrive. Lentamente. Con quella scrittura cesellata e complicata che ormai hanno solo le persone della sua età.
Gli chiedo una foto. Ci abbracciamo. Mi dà il libro autografato. Sopra ci sono anche del prezzemolo e forse qualche sputacchio. Ma va bene così. Nella dedica ha sbagliato il mio nome. Ma va bene così. L’umanità è stata riequilibrata. E alla fine Alcatraz mi ha regalato un incontro inaspettato, l’abbraccio sincero di un nonno molto particolare e l’occasione di scambiare qualche battuta con un vero testimone degli eventi del carcere.
E una storia da raccontare.

P.S. Per la cronaca, George Devincenzi è uno delle quattro guardie carcerarie di Alcatraz ancora in vita. Ha svolto il suo servizio nel penitenziario per 9 anni, dal 1950 al 1959. Ha speso oltre 25 anni della sua vita nelle scuole per spiegare, assieme ad ex detenuti di Alcatraz, come si viveva nella famigerata fortezza. E’ stato protagonista, assieme a molti altri testimoni, di numerosi documentari su Alcatraz. Gli episodi più eclatanti della sua carriera nel carcere di San Francisco sono diventati un libro “Murders on Alcatraz” pubblicato un paio di anni fa. Leggendo si impara, per esempio, che nei suoi primi 15 minuti di servizio nella “Roccia”, a soli 20 anni, George ha assistito ad un omicidio tra detenuti, in seguito al quale lui stesso fu ferito; che ogni tanto giocava a scacchi con il pluriomicida psicopatico Robert Stoud; che pur non essendosi mai create amicizie, con la maggior parte dei detenuti si riusciva a scambiare parole cordiali; che in almeno un paio di occasioni, a decenni di distanza dalla loro incarcerazione, gli è capitato di bere una birra con ex detenuti incontrati per caso per strada.

2 Comments

  • Com’è possibile che un italo americano utilizzare termini chiaramente spagnoli con un’italiana (“como”, “Matare”, …)? Bah, mi pare chiaramente una notizia inventata partendo da un piccolo fondo di verità.

    • … una? 🙂
      Non si può certo rimproverare ad un veterano italo-americano 93enne che ha vissuto tutta la sua vita in una città in cui si parlano correntemente 4 lingue (italiano, inglese, cinese e spagnolo) e che ha lavorato in luoghi linguisticamente alternativi (per non dire di peggio) di essere poco preciso o di fare confusione.

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