“Srebrenica City of Hope”, la ricostruzione di una comunità

Cosa crea una comunità? Come si ricostruisce un’ identità sociale attraverso il turismo? Andiamo a conoscere Irvin, un profugo che ha deciso di tornare nella sua terra e ricostruire le persone prima delle cose. Scopriremo insieme a lui le meraviglie Naturali della Bosnia Erzegovina e come sia possibile creare reddito e cultura difendendo il territorio.

Reportage di Marco Ciccolella

Siamo in Bosnia Erzegovina, nel paese di Srebrenica al confine con la Serbia. Negli anni novanta è stato teatro di uno dei più efferati massacri dell’Europa moderna, una ferita ancora aperta che alcune persone cercano di rimarginare. Abbiamo conosciuto Irvin a casa sua, quella di suo nonno, nel villaggio di Srebrenica. A seguito dei fatti cruenti avvenuti durante la disgregazione della Jugoslavia la famiglia di Irvin è fuggita ed è stata ospitata in Val Camonica, valle bresciana nelle alpi Retiche, dove lui ha studiato ed è cresciuto per quasi vent’anni.

Irvin e la sua famiglia sono profondamente legati alla valle di Srebrenica, da generazioni vivono il territorio. Ciò che più lo amareggia non è il tentativo di eliminare fisicamente le persone, ma un’intera cultura: “Oggi il mio legame con questa terra è ancora più fortespiega Irvinperché hanno cercato di eliminarci o cacciarci. Quando parlo di eliminarci o cacciarci da questa terra, non intendo in quanto etnia. Penso che sia stato più un attacco al nostro stile di vita, alla nostra maniera di vivere in armonia sia con la natura che tra esseri umani con tradizioni e culture differenti. Il fatto di averci provato ma di non esserci riusciti ci dà la forza, oggi, di propagare le nostre radici ancor più in profondità in questa terra!”

L’infanzia e l’adolescenza Irvin l’ha passata in Provincia di Brescia, un territorio montuoso simile dal punto di vista naturalistico alla sua terra di origine. “Sono tra i due luoghi paesaggistici e naturali più belli d’Europa e io ho avuto la fortuna di viverli entrambi – racconta – La differenza consiste nel legame con la terra. Oggi sempre più persone abbandonano le zone rurali per vivere in città, abbandonano i costumi tradizionali per lavorare in fabbrica o in ufficio. Sulle Alpi è difficile trovare qualcuno che faccia la vita di un tempo con bestiame e agricoltura. In Bosnia Erzegovina invece ancora oggi si possono vedere metodologie di lavoro antiche come l’aratura coi cavalli o gli essiccatoi a legna per la frutta”.

Irvin ha iniziato a pensare al progetto City of Hope nel 2014, dopo il suo rientro definitivo a Srebrenica. Per anni si è dedicato alla memoria dell’olocausto della seconda guerra mondiale, con particolare sensibilità verso il genocidio della popolazione Romani, eventi praticamente dimenticati. Ci racconta che Sebrenica, come il Rwanda, dimostra il fallimento di organizzazioni come l’ONU, nate dopo la seconda guerra mondiale proprio per impedire il ripetersi di eventi simili. “La cosa ancora più grave, se possibile, è che non si è riuscito a diffondere la cultura del rispetto per le differenze culturali e la memoria si è ridotta ad una semplice vittimizzazione dei fatti e delle persone”, ci dice.

Irvin, partendo da questa riflessione, ha sviluppato l’idea di trasformare quella che oggi è conosciuta come “la città del genocidio” in una Città Della Speranza. Il punto di partenza nasce da due antichi concetti. Il primo arriva dal Tibet e insegna come la tragedia dovrebbe essere utilizzata come fonte di forza, non importa quanto doloroso sia, non importa quanto difficile sia, ma se perdiamo la nostra speranza è la vera catastrofe. Il secondo insegnamento proviene dalla mitologia: l’Araba Fenice che rinasce dalla sue ceneri.

Così è Srebrenica per Irvin, un luogo con ferite ancora aperte, ma in cui i sopravvissuti hanno trovato il coraggio di ritornare a vivere, lavorare la terra con molto amore e sudore. “Purtroppo dall’esterno si vede la nostra città solamente come la città del genocidio – continua Irvin – e si scorda di noi, che siamo tornati qui a vivere, nel luogo del delitto, con coraggio e tanta passione”. Così è iniziato progetto Srebrenica Città della Speranza, per offrire alle persone la possibilità di conoscere la vera anima di Srebrenica. “Viviamo in un tempo molto pericoloso – aggiunge Irvin – Sembra che l’essere umano sia in lotta perpetua contro la natura, ogni giorno si aliena sempre di più dal mondo reale per vivere nel mondo virtuale, si dimentica di ciò che è essenziale nella vita. Nella nostra municipalità si può ritornare alla vita autentica, quella profondamente legata alla natura, alla terra, al ritmo lento delle stagioni”.

Irvin ci racconta che non vuole semplicemente portare turisti a Srebrenica, ma costruire luoghi di incontro e condivisione di tradizioni diverse, solo così sarà possibile generare qualcosa di nuovo. Irvin ha costruito anche “La casa della natura” dove offre la possibilità, per chi viaggia, di vivere un’esperienza a stretto contatto con la natura, ma anche, tramite lo scambio, di diventare costruttori diretti della Citta Della Speranza, spesso in maniera inconsapevole. Molte persone, ci spiega Irvin, hanno definito questa esperienza come un viaggio nel tempo oltre che nello spazio, riuscendo a vivere situazioni, conoscere oggetti, assaporare sapori e annusare odori di un tempo quasi dimenticato. Soprattutto le persone più anziane si ricordano della loro infanzia e dei loro nonni.

La Città della Speranza si basa su quello che viene definito turismo sostenibile e Irvin vorrebbe che il progetto diventasse il perno della ruota sulla quale si sviluppano poi diverse realtà come Escursionismo e camminate, utili a collegare e riscoprire i villaggi distribuiti in tutta la municipalità di Srebrenica che si sviluppa in un territorio enorme di circa 340 kmq. Esistono 29 frazioni piccolissime che ne hanno sempre determinato la forza. Prima della guerra nella municipalità vivevano 38.777 abitanti di cui solamente 7500 vivevano in città.

Con i pernottamenti in case private e l’organizzazione di pranzi o cene direttamente presso le famiglie si vuole ricollegare la città alle zone rurali e portare un aiuto economico aiutando i contadini e gli allevatori a rimanere sul territorio. Diventa così un modo per il viaggiatore di entrare in contatto diretto con la vera faccia della Bosnia Erzegovina. Irvin ci racconta che loro non fanno né prodotti doc né biologici ma semplicemente coltivano la terra e allevano il bestiame come facevano i bisnonni e come è stato tramandato loro da generazioni. Il cibo che i visitatori possono assaggiare è un prodotto vero della terra, che oltre ad essere sano porta con se anche l’amore, la passione, lo sforzo e la stanchezza di chi la lavora quotidianamente nei campi e pascoli sotto il sole e la pioggia. Tra le varie attività, i viaggiatori possono aiutare nei lavori dei diversi villaggi e vivere a stretto contatto con i locali. Gli obiettivi del progetto sono quelli di supportare uno stile di vita in via di estinzione e allo stesso tempo generare nuovi approcci. Il regista Kevin Loach dopo la premiazione con la palma d’oro a Cannes, affermò: “non so se un’alternativa al sistema neo liberista sia possibile, ma è necessaria”. Irvin cerca di mostrare che alternative al sistema di vita attuale già esistono, vanno supportate, diffuse, arricchite e sviluppate.

Arrivati a questo punto della storia, abbiamo posto a Irvin una domanda cruciale per ogni progetto: quali sono i tuoi desideri? Ci ha risposto così: “Il desiderio è di veder crescere Srebrenica come un bambino che diventa grande. Sano e forte, elegante ed intelligente, duro e tenero allo stesso tempo. Di continuare a vedere il verde delle sue foreste trasformarsi in uno spettacolo di colori in autunno, per poi mettersi il suo vestito da nozze bianco per l’inverno, e rifiorire a nuova vita in primavera per tornare a essere verde smeraldo ogni estate. Spero di vedere sempre più persone che allegramente accendono un fuoco sulla rive del fiume mentre pescano, giovani che cavalcano bei cavalli per le foreste, vecchie signore che ti offrono succhi di frutta freschi fatti in casa, e spiedi all’aria aperta. Bambini che corrono sui pascoli rincorrendo agnelli e qualche mamma che urla di non sporcarsi i vestiti. Spero che questo modo di vivere la vita che oggi ancora esiste a Srebrenica, fatta della gioia di assaporare cose semplice, continui ad esistere nel tempo”.

I luoghi che sono nel cuore e nella memoria di Irvin passano dalle necropoli medievali della corrente eretica dei buoni bosniaci, alle immense foreste di faggi che coprono i Balcani. La sua zona preferita è però quella che porta dal lago di Perucac (si attraversa camminando il canyon della Drina) fino all’ultimo villaggio della municipalità di Srebrenica: Luka. E’ la zona più selvaggia, la più difficile da scoprire ed attraversare ma anche quella più magica e meravigliosa.

Irvin ci saluta con un piccola grande storia di speranza, legata alle montagne del canyon dove esiste una via che lui chiama la via del caffè e del sale. “Era un sentiero improvvisato tra le rocce, foreste e montagne, che collegava, durante la guerra, le due enclavi nella Bosnia dell’est: Srebrenica e Zepa, che nel 1993 furono dichiarate zone di sicurezza protette dall’ONU. A Srebrenica non c’erano né sale né caffè, mentre a Zepa sì, così molte persone camminavano lungo questo percorso, l’unico possibile tra le due zone, per portare sale e caffè da una città all’altra. Irvin sottolinea come nel momento di estrema difficoltà le persone hanno trovato l’unico alleato possibile che potesse unire la gente, la natura più selvaggia.

2 Comments

  • Ho conosciuto Irvin il giorno del mio compleanno.
    Il 16 luglio di questa estate.
    È stato il compleanno più bello di tutti i miei 49 passati
    Se conosci la storia dei Balcani e vivi una giornata a Srebrenica con Irvin e la gente del luogo vivi la storia che hai conosciuto leggendo sui libri e ti ricordi quale è il senso della vita che ci siamo ormai dimenticati .
    La pace, la serenità, la calma , la passione e l’amore per la terra e per la gente, non conoscono etnia e religione….se vogliamo sulle sponde della Drina.
    Grazie Irvin.
    Nema problema

    • E tu hai scritto il commento il giorno del mio compleanno, anche questa è la Bosnia, coincidenze che fanno pensare. Grazie per il tuo commento che condivido totalmente. “nema problema” riassume perfettamente la filosofia e lo stile di vita che tanto mi hanno affascinato.

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