Durante le Giornate Europee dei Mestieri d’Arte, con la curiosità di chi sa che sta per vedere qualcosa di speciale, ho varcato la soglia dell’hangar 12 della Cittadella del Carnevale di Viareggio. Ne sono uscita con una certezza: qui dentro si costruiscono mondi.
Ad accogliermi c’è Marzia Etna, carrista da quarant’anni, decoratrice, artista e custode di un sapere che viene tramandato di generazione in generazione con le mani prima ancora che con le parole. Condivide l’hangar Fabrizio e Valentina Galli, ma ogni angolo racconta una storia tutta sua: calchi appoggiati ovunque, ali sospese, busti impolverati e teste in attesa di un corpo che forse prima o poi arriverà.

Cosa succede qui dentro?
Succede che si parte da un’indea, un disegno. Si costruisce una struttura in ferro, poi si riveste con carta e colla fatta in casa—acqua e farina. E da lì si modella tutto, proprio come fosse creta. Non sempre si fa il calco in gesso soprattutto se le figure sono piccole.
Quindi la cartapesta non è solo rivestimento?
È materia viva. Noi la lavoriamo, la modelliamo, la adattiamo. A volte conviene fare un calco, soprattutto per strutture grandi. Ma spesso si lavora “in diretta”, costruendo direttamente la forma finale. È un continuo riutilizzare, reinventare, adattare.
E quei corpi umanoidi?
C’erano due ragazzi dentro. Indossavano il corpo come una tuta, poi montavano testa, braccia. Si muovevano come robot. Infatti molti mi chiedevano: “Ma c’è qualcuno dentro?”—eh sì!

Negli ultimi anni anni avete sperimentato anche con la tecnologia
Sì, quest’anno per la prima volta abbiamo usato pistoni elettrici, motorini—anche quelli dei tergicristalli—e un sistema wifi per muovere le figure. Ogni carrello aveva il suo generatore. Si muoveva tutto: teste, braccia, busti. Abbiamo fatto animali robot e per farli sembrare vivi dovevano muoversi davvero.
Con tutta quella gente e tutti quei telefoni abbiamo temuto il peggio per i movimenti. Ma il sistema era indipendente, quindi ha retto. Però sì, è sempre una scommessa.

Parliamo dei materiali: cosa usate oltre alla carta?
Acrilici, tempere, smalti. Stoffe, licra, tela. Quelle ali, le hai viste? Struttura in ferro, rivestite in licra e poi dipinte. Erano di una mascherata dell’anno scorso: ragazzini con ali colorate che facevano la pipì in testa ai politici.
E la creta?
Quella è fondamentale. La creta va tenuta sempre bagnata, così puoi modificarla continuamente: cambi un naso, un’espressione, un dettaglio. È molto più malleabile del DAS. Noi modelliamo, poi la ributtiamo nella vasca e la riusiamo.
Hai sempre voluto fare questo lavoro?
Ho fatto il liceo artistico a Lucca, poi per un periodo ho fatto la postina. Poi ho fatto un corso di cartapesta e lì è scattato qualcosa. È diventata una passione. E quando succede, non torni indietro. Non è proprio possibile.
È un lavoro duro, instabile, a volte complicato. Ma se non lo ami, smetti. Io invece sono ancora qui.

Com’è cambiato il Carnevale nel tempo?
Molto. Anche dal punto di vista economico e organizzativo. Ci sono stati anni difficili, poi una gestione più rigida ha portato stabilità. Ma resta un lavoro precario: non hai continuità, devi inventarti sempre qualcosa.
La competizione tra carristi è forte e a volte un po’ frustrante. I giudizi della giuria arrivano senza spiegazioni: un voto da uno a cinque e basta. Non sai cosa ha funzionato o no.
Alla fine devi fare qualcosa che piaccia a te. Se poi piace anche agli altri, meglio. Ma prima di tutto deve convincere te.
Essere donna in questo ambiente è stato difficile?
All’inizio sì. Era un mondo maschile, molto fisico. Ma se hai carattere e passione, ti fai strada. Io ho resistito e sono rimasta.

C’è qualcosa che ti pesa ancora oggi?
Buttare via i calchi. Ogni tanto servirebbero gli stessi di nuovo, certo si possono rifare da capo ma non sono mai uguali: si pensa sempre che il precedente sia migliore. Lo spazio è troppo poco per tutto quello che facciamo.
E il futuro? State già pensando al prossimo carro?
Il pensiero c’è già. Sempre. Bisogna trovare un’idea attuale, qualcosa che colpisca. Non è facile.
Uscendo dall’hangar 12, mi volto indietro un’ultima volta. Tra ali appese accatastate a terra, corpi di cartapesta sospesi e teste appoggiate sul bancone, si ha come l’impressione che da un momento all’altro tutto possa prendere vita.
Mentre ritorno al mondo reale, meno colorato e più incasinato, Marzia Etna torna a lavorare, tra intuizioni e ricordi, immaginando già la prossima mascherata.

