Salvatore Liggeri è uno scrittore e camminatore italiano che racconta, attraverso libri e documentari, il proprio percorso personale fatto di fragilità, cadute e rinascita. Dopo un periodo segnato dalla depressione, ha intrapreso un cammino di rinascita e guarigione interiore. La sua esperienza è diventata materia narrativa, prendendo forma nel libro A due passi dal Tibet e nel docufilm Viandante, diretto da Fabrizio Baroni.
Salvatore Liggeri a Sanremo: l’intervista
Sei stato invitato a Sanremo, un luogo simbolo della musica e dello spettacolo italiano. Che effetto ti fa presentare la tua storia personale in un contesto così mediatico?
– Sicuramente è un evento importante per me, molto emozionante. In questi giorni sono un po’ nervoso perché ho dovuto organizzare tutto per arrivarci, però sono molto contento. Non mi sto facendo alcuna aspettativa: voglio soltanto vivere l’esperienza.
Se dovessi riassumere in una frase il messaggio che vuoi portare a Sanremo, quale sarebbe?
– Genuinità. È qualcosa che nel mondo dello spettacolo si vede poco, soprattutto oggi, al tempo dei social. I successi durano quanto un reel, mentre io vorrei semplicemente camminare a testa bassa, non per arrivare da qualche parte, ma per dare espressione ai miei pensieri e ai miei scritti.
Il docufilm Viandante racconta un viaggio. Che tipo di viaggio è: fisico, spirituale, emotivo?
– Sono tutte e tre le cose insieme. Nel docufilm sono il protagonista della mia storia, ma in realtà è uno specchio per lo spettatore. Racconta una persona fragile, che ha vissuto una forte depressione perché non riusciva a vedere la propria figlia e che ha abusato di alcol. Attraverso il cammino, però, sono entrato in me stesso e ho ritrovato una luce. È un viaggio esterno, nella bellissima Garfagnana, ma anche un viaggio interiore, che prova ad analizzare le ferite che ci portano ad autodistruggerci e poi a risvegliarci.
A Sanremo presenterai anche il tuo libro A due passi dal Tibet. All’inizio è stato rifiutato dagli editori: cosa hai provato?
– I rifiuti continuano ad arrivare ancora oggi. All’inizio, per uno scrittore emergente, lavorare sui “no” è terribile. Ti chiedi come sia possibile, soprattutto quando pensi che il tuo libro non abbia nulla da invidiare ad altri in libreria. A volte i rifiuti sono anche immotivati.
All’inizio ho provato rabbia, ma poi ho pensato: cosa importa se editori o manager non mi vogliono, se ogni volta che vendo una copia qualcuno è felice di leggerla? Così ho deciso di continuare da indipendente. Non avrei mai immaginato che il libro sarebbe diventato un piccolo caso editoriale.
Se potessi parlare al Salvatore di qualche anno fa, cosa gli diresti?
Gli direi: “Svegliati, che è tardi.”
Ringraziamo Salvatore Liggeri per la sua dispinibilità facendogli un grande in bocca al lupo per questa nuova avventura sanremese.

