Pietrasanta, restauro tappeti d’arte: intervista a Bachar e Bumaguin

Il tappeto realizzato a mano è un’opera d’arte e, come tale, va trattato. Ogni pezzo è unico, irripetibile, frutto di una tradizione artigianale che attraversa il tempo e i luoghi. Spesso, con gli anni, i tappeti diventano ancora più belli, proprio perché portano con sé i segni della storia e i passi di chi l’ha calpestati.

Per restaurare un tappeto d’arte sono nececessarie tante cose: competenza, esperienza, passione, pazienza e uno sconfinato amore per il proprio lavoro. Alle spalle di tanta professionalità c’è una lunga tradizione che risale ai primi del Novecento: quella del nonno di Benedetto Bumaguin, il noto Alberto Meschoulam, fondatore a Genova di una vera e propria dinastia di commercianti ed esperti del settore. Oggi questa eredità prosegue proficuamente nel laboratorio artistico Restauro Tappeti d’Arte, in via Barsanti 15-17 a Pietrasanta, dove lavorano i maestri d’arte Orna Bachar e Benedetto Bumaguin.

Intervista a Orna Bachar e Benedetto Bumaguin

Antonietta Bandelloni: Quando un tappeto ha bisogno di essere restaurato?
Benedetto Bumaguin: La selta a monte di un intervento può dipendere da molti fattori. Spesso i tappeti riportano danni dovuti al maltrattamento, oppure agli animali domestici. Altre volte il problema è ambientale: l’umidità, per esempio, è uno dei peggiori nemici, perché fa marcire le fibre.

Un errore molto comune è conservare il tappeto arrotolato in cantina o in soffitta. In questi ambienti si accumulano polvere e umidità, ma soprattutto arrivano le tarme. Il tappeto deve sempre stare aperto: deve respirare. Anche se è sporco, è meglio lasciarlo disteso piuttosto che arrotolato, perché quando resta fermo e indisturbato diventa un bersaglio perfetto per gli insetti.

A.B.: Quanto è importante la vostra tradizione familiare?
Benedetto Bumaguin: Mio nonno arrivò dalla Turchia a Genova nel 1918 e iniziò a restaurare tappeti. Creò una vera scuola: le ragazze venivano a imparare il mestiere e da lì è nata una tradizione che è arrivata fino a noi. Non è solo un lavoro, è una cultura tramandata.

A.B.: Perché il tappeto è spesso sottovalutato come opera d’arte?
Perché è l’unica opera d’arte che si calpesta. Questo porta a dimenticare il suo valore artistico ed emotivo. In realtà ogni tappeto trasmette emozioni, esattamente come un dipinto.

E racconta anche una storia. I disegni possono essere geometrici, floreali o floreali stilizzati. Ogni motivo ha un significato e una provenienza precisa.

A.B.: Come riuscite a riconoscere l’origine di un tappeto?
Benedetto Bumaguin: Attraverso un insieme di elementi: i colori, il tipo di nodo, la lavorazione e i disegni. Tutto questo ci permette di risalire sia alla zona geografica sia al periodo storico.

I colori sono fondamentali. Ogni area del mondo ha le sue tonalità caratteristiche. È un po’ come una lingua visiva: chi la conosce riesce a “leggere” il tappeto. Un po’ come accade con certi tessuti africani, che per chi li conosce diventano una vera carta d’identità culturale.

A.B.: Quanto incide il colore nella qualità e autenticità di un tappeto?
Orna Bachar: Noi utilizziamo esclusivamente colori vegetali. Anche quando dobbiamo correggere una tonalità, lo facciamo con tinture naturali. 
Le variazioni di colore sono un segno di autenticità. Nascono dal fatto che le lane vengono tinte in bagni diversi: ogni bagno produce una tonalità leggermente differente. Anche il modo in cui le matasse vengono asciugate influisce sul risultato finale.

Benedetto Bumaguin: E poi c’è l’acqua. Sembra banale, ma è fondamentale: la composizione dell’acqua cambia da luogo a luogo e modifica il risultato della tintura. Per questo il blu persiano è diverso da quello turco o da quello cinese.

A.B.: Ci può raccontare un aneddoto che ricorda con piacere?
Benedetto Bumaguin: Una volta una signora entrò nel laboratorio e si interessò a un tappeto antico.Vede questo appeso alla parete? Sà, il nero nei tappeti in realtà non esiste: si tratta di un marrone molto scuro, ottenuto con il mallo di noce e ossidi di ferro, che con il tempo tende a corrodersi. Ecco perchè ci sono quelle mancanze.

Quella signora tutte queste cose le sapeva già e ci ha detto che quel manufatto che pensavamo fosse ottocentesco, in realtà è un raro pezzo del Seicento. È stato un momento emozionante: quando tocchi un tappeto così antico, senti davvero la storia sotto le dita.

A.B.: Avete quindi anche pezzi importanti?
Benedetto Bumaguin: Sì, abbiamo tappeti del Seicento che sono veri e propri reperti, non più calpestabili. Altri, come quelli dell’inizio dell’Ottocento, sono ancora integri ma hanno un valore enorme per i collezionisti.

A.B.: Quali sono le principali tipologie di tappeti?
Orna Bachar: Ci sono tappeti prodotti nelle città, nei villaggi e quelli nomadi. Questi ultimi sono particolarmente affascinanti perché nascono spontaneamente, spesso dalle donne, per uso quotidiano.

Benedetto Bumaguin: Esistono anche oggetti particolari, come le sacche da viaggio tessute dai nomadi. Sono manufatti pratici, ma anche ricchi di espressività artistica.

A.B.: Ci spiega le differenze tecniche tra i vari tappeti?
Benedetto Bumaguin: Ci sono due grandi categorie: il tappeto annodato e il kilim. Nel tappeto annodato la lana viene annodata sull’ordito e la trama serve a fissare i nodi. Nel kilim, invece, è la trama stessa che crea il disegno, passando avanti e indietro.

Orna Bachar: Questo rende il kilim più simile a un tessuto, mentre il tappeto annodato ha una struttura più complessa e tridimensionale.

A.B.: Come affrontate un restauro?
Orna Bachar: La prima cosa è capire il tappeto: come è stato fatto, con quali materiali, in quale periodo e in quale zona. È un lavoro di studio oltre che manuale.

Benedetto Bumaguin: Poi bisogna rispettare tutto: trama, ordito, materiali. Se il tappeto è in lana, si usa lana; se è in cotone, si usa cotone. Non si può improvvisare.

A.B.: Quando si sceglie un restauro conservativo e quando uno completo?
Benedetto Bumaguin: Dipende dall’età e dal valore del tappeto. Un pezzo del Seicento non si tocca: va conservato così com’è. Un tappeto dell’Ottocento può essere consolidato per evitare ulteriori danni.

Su tappeti più recenti, invece, si può intervenire in modo più completo. L’importante è non snaturare mai l’opera.

A.B.: Il vostro lavoro ha anche una dimensione emotiva?
Orna Bachar: Moltissimo. Ogni tappeto è unico, ma soprattutto ha un valore affettivo per chi lo possiede. Spesso rappresenta ricordi di famiglia o momenti importanti.

Benedetto Bumaguin: Quando ci viene affidato un tappeto, non riceviamo solo un oggetto: riceviamo una storia.

A.B.: Collaborate anche con istituzioni?
Benedetto Bumaguin: Lavoriamo principalmente con privati, ma in passato abbiamo avuto contatti con enti e soprintendenze. In alcuni casi abbiamo restaurato pezzi vincolati, che non possono essere venduti ma devono essere conservati.

Orna Bachar: Abbiamo anche visitato anche l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e il loro laboratorio di restauro degli arazzi, dove il lavoro è enorme e spesso mancano le risorse per intervenire su tutti i pezzi.

A.B.: Quali qualità servono per fare questo mestiere? 
Orna Bachar: Pazienza, sensibilità e creatività e tanta passione. Quando lavoriamo, la mente si libera: pensiamo solo ai colori, alle forme, all’armonia.

A.B.: Se doveste descrivere il vostro lavoro in tre parole?
Orna Bachar:
Emozionante, pura arte

Benedetto Bumaguin:
Un’avventura.

Ringraziamo i restauratori di tappeti d’arte Orna Bachar Benedetto Bumauguin per averci accolto nel loro straordinario laboratorio situato al numero 15 di Via Barsati a Pietrasanta in occasionedelle GEMA, Giornate Europee dei Mestieri d’Arte, l’appuntamento internazionale dedicato alla valorizzazione dell’artigianato artistico e dei mestieri d’eccellenza.

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