L’Ospedale delle Bambole di Napoli: dove i ricordi vanno dal dottore

Nel cuore di Napoli, c’è un luogo sospeso nel tempo dove si riparano ricordi: è l’Ospedale delle Bambole.
Non una qualsiasi bottega artigiana ma un vero e proprioin cui bambole sopravvissute a bambini irrequieti, orsetti che han perduto gli occhi durante le battaglie dei cuscini e peluche svuotati da cuccioli a quattro zampe ritrovano ciò che han perduto.

Qui non si aggiustano solamente giocattoli ma pezzi infanzia. I frequentatori dell’Ospedale delle Bambole sono coloro che non si sono lasciati l’infanzia alle spalle ma la portano nel cuore quotidianamente. L’infanzia d’altro canto non è solo un momento della vita. È uno stato d’animo che mette assieme leggerezza e la voglia di meravigliarsi ancora di tutto ciò che di bello abbiamo a portata di mano, senza talvolta rendercene conto.

All’Ospedale delle Bambole non arrivano oggetti di valore economico. Arrivano soprattutto oggetti di valore affettivo ma a raccontarcelo è il direttore sanitario Luca Scivicco nell’intervista che gli abbiamo fatto.

L’interno del museo

– L’Ospedale delle Bambole è un luogo storico di Napoli. Quando è nata questa tradizione e com’è arrivata fino a te?

“L’Ospedale delle Bambole nasce nel 1895 a Napoli da Luigi Grassi, che era uno scenografo del Teatro dei Pupi. Dipingeva scenografie e spesso si trovava anche a dover aggiustare i pupi che si rompevano in scena: ritoccava la vernice sul volto, sulle mani, sui piedi.

Un giorno una signora arrivò nella sua bottega, in via San Biagio dei Librai, e gli chiese di riparare una bambola della figlia. Pensava che, visto che lavorava già sui pupi, potesse riuscirci. Lui accettò, anche perché la bambina era disperata senza la sua bambola. Ci provò e riuscì perfettamente.

La voce si sparse nel quartiere: c’era un uomo capace di riparare le bambole. Così le mamme iniziarono a portargli sempre più giocattoli, e il suo lavoro cambiò gradualmente, diventando quasi esclusivamente quello.

La bottega, di appena 18 metri quadrati, si riempì di pezzi di bambole appesi con fili da una parte all’altra. Luigi indossava un camice bianco, come gli artigiani dell’epoca, e per questo veniva chiamato “dottore”. Un giorno qualcuno, passando davanti alla bottega, vedendo quel camice bianco e tutti quei pezzi di bambole, esclamò: “Sembra proprio un ospedale delle bambole!”.

Lui colse subito l’idea: prese una tavoletta di legno, vernice rossa e scrisse “Ospedale delle Bambole”, con una croce, appendendola fuori. Da quel momento, la bottega fu conosciuta così.

Dopo di lui, l’attività passò al figlio Michele, che iniziò a dedicarsi completamente a questo lavoro. Viaggiò in Europa, conobbe fabbriche di bambole e stabilì contatti con aziende che gli fornivano pezzi di ricambio. Fu lui a rendere l’Ospedale più strutturato e riconosciuto.

Durante la Seconda Guerra Mondiale si distinse per un gesto straordinario: riparava le bambole “al prezzo di un sorriso”, senza farsi pagare, in un momento di grande difficoltà. I giornali ne parlarono, raccontando di questo “dottore delle bambole” che restituiva gioia ai bambini.

Poi l’attività passò a Luigi, suo figlio, che gestì la bottega in un periodo difficile per il centro storico di Napoli, segnato dalla criminalità. La sua bottega diventò un punto di riferimento, un luogo luminoso, tanto che qualcuno la definì “la lampada di Aladino”.

Accoglieva turisti, ma anche artisti e intellettuali. Grazie a lui, l’Ospedale delle Bambole entrò nelle principali guide nazionali e internazionali: tra le cose da vedere a Napoli, era sempre presente.

Successivamente, l’attività passò a mia madre, Tiziana, la prima “primaria” donna. Non fu facile per lei: era molto giovane e l’immagine dell’artigiano, per molti, era quella di un uomo anziano. All’inizio faticò a ottenere fiducia.

Mio nonno trovò una soluzione: accoglieva i clienti e poi affidava i restauri a lei in un laboratorio poco distante. Quando il lavoro era finito, li mandava direttamente da lei a ritirarlo, così capivano chi fosse davvero l’autrice del restauro. Pian piano, si conquistò il rispetto di tutti.

Circa otto o nove anni fa, mia madre si rese conto che la bottega su strada stava diventando sempre meno sostenibile: sempre meno persone portavano giocattoli da riparare. Decise allora di preservare questa storia in un modo nuovo.

Svuotò diversi magazzini dove erano conservati oggetti accumulati in generazioni e trasferì tutto in una scuderia di Palazzo Marigliano, dove ci era stato proposto di aprire un’attività. Lì nacque il museo, che è cresciuto molto: oggi accoglie decine di migliaia di visitatori ogni anno.

Ma non è solo un museo: è ancora un laboratorio attivo. Invitiamo le persone a recuperare i loro giocattoli e mandarceli. Oggi restauriamo circa 600 giocattoli all’anno, numeri che un tempo si raggiungevano in decenni.

Questo ha anche un valore importante oggi: 600 giocattoli restaurati sono 600 oggetti che non vengono buttati e non devono essere sostituiti”.

La sala operatoria

– C’è stato un restauro particolarmente difficile che hai dovuto affrontare?

“Ci sono restauri difficili, ma nessuno in particolare. Dopo 130 anni di attività, abbiamo visto davvero di tutto e troviamo sempre una soluzione”.

– Se dovessi raccontare l’Ospedale delle Bambole con una sola parola?

“Un legame”.

– Ti è mai capitato che qualcuno si commuovesse vedendo la bambola restaurata?

“Sempre. Tutti si emozionano. Io cerco anche di documentare questi momenti, quando possibile. Non arrivano mai oggetti di valore economico: arrivano oggetti dal valore affettivo.

Mio nonno li chiamava “oggetti d’amore”. Sono legati a ricordi, all’infanzia, a momenti importanti della vita. Per questo le persone vogliono recuperarli, indipendentemente dal costo. Molti clienti sono lontani, quindi non vediamo la loro reazione dal vivo, ma spesso ci mandano video quando riaprono il pacco: li abbracciano, si commuovono. È sempre qualcosa di molto forte”.

Il teatrino dell’Ospedale delle Bambole

– Un ultima domanda: cosa c’è di straordinario nel tuo ordinario?

Le storie. Per noi è normale avere ogni giorno davanti agli occhi oggetti pieni di storie, ma in realtà è qualcosa di straordinario. Ogni giocattolo racchiude affetto, ricordi, legami profondi.

Credo sia proprio questo che rende speciale anche il museo: è un luogo dove puoi vedere, attraverso gli oggetti, le storie delle persone”.

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