70 anni di Palio dei Micci: festa grande a Querceta

Settant’anni e non sentirli. A Querceta il Palio dei Micci è una storia che si vive, si tramandadi generazione in generazione, che fa discutere, parteggiare e condividere momenti belli e brutti. Questa mattina la sala conferenze della Croce Bianca era piena di contradaioli arrivati per festeggiare un importante anniversario.

C’erano i presidenti, gli ex presidenti, i rappresentanti delle contrade, le istituzioni e soprattutto tanti di quei contradaioli che, anno dopo anno, hanno tenuto in piedi la macchina del Palio per tutti questi anni.

Dietro una sfilata storica, una corsa del miccio, un costume, una bandiera, un tamburo o una chiarina ci sono migliaia di persone e alla fine sono loro ad aver costruito mattone dopo mattone questa storia lunga settant’anni.

La mattinata è stata dedicata ai riconoscimenti: circa 170 targhe e pergamene sono state consegnate a istituzioni, associazioni, contrade, ai presidenti della Pro Loco e presidenti delle contrade che nel tempo si sono alternati alla guida delle otto contrade.

Un modo sentito per dire grazie a chi c’è stato, a chi continua a esserci e anche a coloro che oggi non ci sono più ma ha lasciato dato il proprio importante contributo.

Tutto è partito con un maialino da 10 mila lire

A ricordare gli inizi è stato il presidente della Pro Loco Antonio Giorgi, partendo dal 1956, quando nessuno avrebbe potuto immaginare dove sarebbe arrivata quella manifestazione.

All’inizio ilprimo premio comprendeva una scultura raffigurante la Sacra Famiglia in fuga verso l’Egitto e un maialino del valore di 10 mila lire.

“In quel momento stava nascendo una delle più belle favole che oggi si possano raccontare, la favola del Palio dei Micci”, ha ricordato Giorgi. Una favola fatta di dame e cavalieri ma anche di tanti notti insonni, sudore, riunioni, costumi da preparare, prove, discussioni, gare e interminabili ore dedicate alle contrade.

Il miccio d’è la scusa

Durante il Palio le contrade si sfidano e ciascuna vuole vincere ma sotto i colori diversi c’è un’intera comunità che si ritrova anno dopo anno, generazione dopo generazione. Giorgi ha ricordato il valore del Palio come strumento di aggregazione sociale, capace di coinvolgere persone diverse per età, cultura, idee e condizioni sociali e di offrire soprattutto ai giovani un’occasione concreta per stare insieme e lavorare fianco a fianco.

Si può litigare per un Palio, ma alla fine il Palio riesce anche a tenere insieme tutti.

Non a caso è tornata durante la mattinata una delle frasi che meglio riassumono questo spirito, quella del maestro Silvano Alessandrini: “Il miccio d’è la scusa”. Dopo settant’anni è difficile trovare una definizione più azzeccata.

Il premio più grande? Ai contradaioli

Lo ha detto Lorenzo Marcuccetti, speaker storico degli eventi del Palio e in passato presidente della Pro Loco di Querceta.

La cerimonia di questa mattina ha ricordato soprattutto presidenti della Pro Loco e delle contrade, ma quei nomi rappresentano soltanto una piccola parte di una storia molto più grande.

Quanta gente è passata dal Palio in settant’anni? Impossibile dirlo con precisione. Marcuccetti ha parlato di una cifra che potrebbe aggirarsi fra 50 mila e 100 mila persone, considerando l’enorme quantità di uomini e donne coinvolti negli anni nelle manifestazioni.

Il riconoscimento più importante non può che essere collettivo, dedicato a tutti i contradaioli. A quelli che hanno cucito, corso, sfilato, organizzato, montato, smontato, discusso, gioito e magari anche litigato per i propri colori.

La seconda struttura sociale del Comune

Il sindaco di Seravezza Lorenzo Alessandrini ha sottolineato il peso che il Palio ha assunto nella vita di tutta la comunità come realtà capace di creare relazioni e percorsi di partecipazione, soprattutto tra i più giovani.

Il Palio, ha ricordato, rappresenta una delle realtà sociali più importanti del territorio e nel corso degli anni è cresciuto insieme al Comune, diventando parte del suo tessuto connettivo. Basta guardare quanti contradaioli erano presenti questa mattina per capire quanto quelle parole siano concrete.

La “miccite” non passa

Ci sono i ricordi personali, quelli che fanno sorridere e che raccontano il Palio molto meglio di tutti i numeri che si possono snocciolare uno dopo l’altro. Mauro Giannarelli, per anni presidente della ProLoco di Querceta e oggi presidente a honoris, ha ricordato di essersi vestito per la prima volta settant’anni fa, quando era ancora bambino e da allora non ha più smesso di lasciarsi coinvolgere dal Palio.

Lui, come tantiò è affetto da miccite: “Una brutta malattia perché chi la prende difficilmente riesce a liberarsene”. D’altro canto a Querceta nessuno ha intenzione di trovare la cura.

Nel suo racconto sono entrati episodi di gare, discussioni, presidenti, amici e tanti volti che hanno accompagnato la crescita del Palio e inevitabilmente, anche il ricordo di chi non c’è più.

L’album dei ricordi oggi è tornato ad aprirsi

A proposito di album: durante la mattinata sono stati messi a disposizione di tutti tre album fotografici di Diorio, con immagini dei primi Pali dei Micci corsi alla fine degli anni Cinquanta. Fotografie che hanno fatto tornare indietro le lancette dell’orologio e che hanno permesso ai più giovani di vedere com’era il Palio quando tutto era ancora agli inizi.

Volti, costumi, contradaioli e scene di una Querceta ormai lontana, ma riconoscibilissima in quella passione che non è variata.

Dopo i discorsi, gli applausi, i ricordi e le fotografie, è arrivato anche il momento del rinfresco, per l’occasione organizzato dagli sudenti della  Scuola Alberghiera di Seravezza.

Il miccio sarà pure la scusa ma a Querceta, da 70 anni, stare insieme è la vera tradizione: tutti rivali ma solo sul campo di gara. 

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