San Francisco, la vita irraggiungibile della città ideale

Da Chinatown a North Beach, verso il sogno lisergico di Haight-Ashbury. Tre incroci celebri come tre cartoline per capire il senso di una città amata da tutti ma ormai a numero chiuso.

San Francisco non è una città. E’ un compromesso cosmico tra il casino e le regole, tra l’Iphone e il sitar, tra Star Wars e O’ Sole Mio. E’ l’anello mancante nella catena evolutiva che unisce l’Italia agli Stati Uniti, l’Alfa e l’Omega. Qui sono nate la controcultura americana, la lotta per i diritti omosessuali e il pensiero liberal. Il mare e 18°C stabili 12 mesi all’anno chiudono il quadro di una città ideale. Peccato che se ne siano accorti un po’ tutti e ora abitarci è un miraggio per chi la sogna e una prigione per chi ci vive. La concentrazione dei colossi dell’high-tech, del commercio on line, della telefonia – e in pratica di tutto ciò che è diventato di massa nel corso degli ultimi 20 anni – ha reso l’intera area irraggiungibile per chi guadagna meno di 20 mila dollari al mese. Recentemente il governo della città ha innalzato la soglia di povertà familiare a $117.000 (103 mila euro) all’anno: una cifra che spiega senza tanti giri di parole come San Francisco sia diventata un’isola per pochi (ricchi). A questo si aggiunge un mercato immobiliare chiuso ormai da più di un ventennio, una città praticamente senza case libere e un costo della vita francamente scandaloso. Qualche esempio: $4.000 l’affitto mensile di un appartamento di 2 stanze, prezzo della benzina doppio rispetto al Texas, tasse elevate. Tutto questo ha portato ad un aumento esponenziale del disagio sociale, delle dipendenze in generale, di senza tetto e, non ultima, ad una conseguente, curiosa emergenza urbana di pupù sui marciapiedi.

Ma al turista distratto e agli amanti di San Francisco, di tutto questo, non interessa nulla. Perché quando si ama, si ama. E San Francisco si fa amare. Il motivo, come per ogni sentimento che si rispetti, è inafferrabile, nascosto in una miscellanea di sensazioni che la città emana. E’ un mosaico moderno, un po’ cinematografico che si snoda quasi ad incroci.

Il più celebre è quello tra Haight e Ashbury, dove tra gli anni ’60 e ’70 si stabilì la comunità hippy.  Spensierata, lisergica e colorata ha dipinto il quartiere come un’eterna estate dell’amore. E così tutto è rimasto, un po’ fuori dal tempo (e dal senso). Con chincaglieria impolverata che si alterna a negozi super chic e a qualche svitato fuori contesto. Eppure fa ancora il suo effetto. Il nuovo LSD è però un quadretto pulito di un quartiere leggermente fuori di testa. Ma solo poco. La tranquillità della gente seduta felice ai tavolini di un bar è anche la libertà di due uomini che passeggiano tenendosi per mano. Il profumo di salsedine che viene dal mare si accompagna alla luce che si riflette sulle colline. Intanto i tram passano scampanellando, la musica esce dai club e la nenia acuta dei busker risuona senza sosta.

Un altro incrocio di vita è quello tra Broadway e Columbus, dove Chinatown diventa Little Italy e dove si potrebbe stare ore a guardare il mondo che ti passa davanti. Ma non è l’universo scintillante di Times Square a New York. E’ piuttosto quello più intimo di vecchie signore orientali con la borsa della spesa che scansano ragazzi eleganti al telefono, mentre l’eco di qualche parola italiana risuona sullo sfondo dei grattacieli del centro. Di finto c’è poco. Di esagerato, tutto. Nella più antica ed estesa comunità cinese al di fuori della Cina ad ogni passo sembra di essere catapultati in una pellicola di serie Z di kong fu anni ‘80. Tutto parla ai sensi: le anatre caramellate appese al soffitto di un negozio, il tanfo sparso di frutti misteriosi, le pagode invecchiate verso l’alto, il vociare cinese tutto attorno.

Pochi passi, qualche isolato, e il quartiere si apre ad insegne nuovamente comprensibili. E’ il quartiere italiano di North Beach. Ristoranti e negozi (Molinari, Franchino, Caffè Trieste) sono gli stessi fondati da generazioni passate di italiani. Ora all’interno ci sono i pronipoti ma non quelli nati in America, no, quelli come noi, come me, che se ne sono andati oggi e che ritrovano se stessi nello stesso identico modo in cui ogni italiano ritrova se stesso nel mondo: di fronte ad un buon piatto di pasta e un bicchiere di vino. E’ casa. Si parla in italiano per le strade, si ordina in italiano, si scambia qualche parola con sconosciuti di Napoli e chissà dove. Di fronte ad un caffè  e un cornetto si confrontano storie, vite e sogni. E capisci perché puoi innamorarti, anche se di una città.

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