Fattoria di Celle (o Villa Gori): alla scoperta dell’arte ambientale e del vero mecenatismo

“I diritti dell’arte incominciano dove finiscono quelli della natura”. Questa è la frase, di Carlo Belli, che si trova scritta nella brochure che viene consegnata quando entri alla Fattoria di Celle per visitare la Collezione Gori. Siamo a Santomato, in provincia di Pistoia, al confine tra il capoluogo e il comune di Montale. In piena campagna. Lontano dalle mete del gran tour artistico che ogni persona, almeno una volta nella vita, dovrebbe compiere in Toscana. Ci troviamo, invece, in mezzo alle viti e agli olivi, perché, come ogni buona fattoria, anche questa produce olio e vino. Ma proprio qui, appena varchi il cancello di ingresso e percorri pochi metri di strade bianche, ti trovi al cospetto di una bellissima villa ma, soprattutto, di una delle più grandi realizzazioni dell’ingegno e del mecenatismo contemporaneo, e non solo su scala italiana. Ti trovi al cospetto di ben 51 opere ambientali nel parco, per non parlare delle sculture e delle altre gemme poste all’interno della fattoria e in altri locali attigui.

Tutto nasce dalle frequentazioni e dalle intuizioni di Giuliano Gori, un nome illustre dell’imprenditoria tessile pratese, la cui carriera di collezionista e di scopritore di talenti è narrata in tutte le principali riviste internazionali d’arte. Nel secondo dopoguerra lui e sua moglie Pina costituiscono a Prato la loro collezione d’arte contemporanea e nella fase iniziale, che si protrae fino al 1970, la raccolta dà un particolare rilievo agli artisti capaci di innovare il linguaggio artistico. La collezione diventa imponente e si trasferisce alla Fattoria di Celle nel marzo 1970, quando Giuliano Gori, insieme alla famiglia, approda alla tenuta con la precisa intenzione di realizzare l’arte ambientale. Si compiono lavori di adeguamento del parco e si predispongono progetti in cui la natura, e gli spazi all’aperto, non sono più un mero sfondo paesaggistico o ambientale ma diventano elemento costitutivo dell’oggetto artistico. Torna in auge la committenza e, come spiega la gentile ed efficiente guida introducendo il visitatore alla passeggiata esplorativa nel parco, nel 1982 si aprono le porte al pubblico con l’inaugurazione di una ventina di opere, di cui dieci nel parco, realizzate da artisti del calibro di Alice Aycock, Dani Karavan, Fausto Melotti, Robert Morris, Dennis Oppenheim, Anne e Patrick Poirier, Ulrich Ruckriem, Richard Serra, Mauro Staccioli e George Trakas. La cosa che molti non sanno è che, in quei mesi del 1982, tutti questi artisti, provenienti da ogni angolo del mondo, si trovarono a lavorare, gomito a gomito ed en plen air, a Santomato, ciascuno alla ricerca del modo migliore per proporre la propria cifra stilistica, le proprie risposte all’ambiente circostante, le proprie concezioni del mondo e dell’umanità. Alcuni hanno ammesso di aver cambiato visione artistica proprio in seguito agli stimoli forniti da quella location così particolare. Tutti con la massima libertà creativa, e con un solo vincolo, ancorché decisivo: rendere protagonista l’ambiente, e renderlo parte integrante dell’opera.

Nelle foto che seguono vi mostriamo alcune delle principali meraviglie, anche perché è praticamente impossibile stilare una graduatoria estetica e soprattutto avere lo spazio di restituire al lettore il significato concettuale delle creazioni e le tecniche e i materiali usati dagli artisti.

L’artista giapponese ha scelto un grande campo aperto dove sviluppare la sua ricerca delle forme lineari nello spazio, una serie intitolata Utsurohi, il nome in giapponese di un particolare forma di vento. Il luogo prescelto è una collina dove si coltivano vigne e uliveti mentre, dalla grande radura scelta dall’artista, si vede un panorama di tutta la pianura sottostante, fino a raggiungere visivamente la cupola di Brunelleschi che si staglia all’orizzonte. Nel campo Miyawali ha piantato alcuni attacchi in acciaio inox dove vengono poi fissati sottili cavi fluttuanti che disegnano grandi curve nello spazio che ricordano il percorso di vortici di vento o del volo degli uccelli.
Installazione, di Carlo Fei, Firenze.
Sette paia di archi che dividono l’uliveto in due parti sono collocate lungo una stradina di campagna. Proseguire il percorso e camminare all’interno del passaggio delle forme in corten sembra addentrarsi dentro un tunnel a cielo aperto o, forse, dentro quello che rimane dello scheletro di un animale primordiale, La successione di forme curve suggerisce l’espansione di onde sonore di un “eco” all’interno del vuoto e conferma il tema preferita dalla giovane artista turca: la connessione tra un mondo visibile e invisibile. Tempo e natura si uniscono e vibrano come onde sonore.
Installazione, di Serge Domingie, Firenze.
Per questo suo primo lavoro in bronzo e all’aperto, l’artista ha scelto un campo recintato da filo spinato appena fuori dai confini del Parco. Qui ha allineato in quattro file trentatré figure, tutte private di testa e braccia e aperte come dei gusci. A prima vista il gruppo sembra composto da figure omogenee ma solo una visione più approfondita rivela che ogni forma è modellata in maniera individuale. Così l’opera contribuisce in maniera significativa al tema principale dell’artista: l’angoscia dell’individuo nella massa di simile umanità sofferente.
Foto di Carlo Fei, Firenze.

lettori possono reperire tutte le informazioni sulla collezione e sulla la richiesta per visitarla sul sito www.goricoll.it.

Dopo la visita guidata, d’obbligo l’incontro con Giuliano Gori, il cui intervento completa la sua storia e specifica la sua concezione artistica.

“La Collezione si identifica in due periodi ben distinti – ci spiega il “padrone” di casa – Il primo periodo nasce a Prato nel secondo dopoguerra, privilegiando gli artisti impostati con un linguaggio d’avanguardia. La collezione si avvale di una residenza appositamente strutturata per contenere una collezione in continua espansione, divenuta una specie di “cenacolo” molto frequentata, soprattutto da artisti e critici, fino al 1970.Il secondo periodo inizia nel 1970, definito “Arte Ambientale”, alla Fattoria di Celle di Santomato di Pistoia ed è tuttora in corso. L’idea di ricondurre gli artisti a produrre le loro opere, avvalendosi dell’apporto del committente, risale alla primavera del 1961, più esattamente da una visita del Museo di Arte Catalana di Barcellona. Da qui, dopo una lunga ricerca del luogo adatto alla realizzazione del progetto, nel marzo del 1970 è stato possibile disporre degli spazi della Fattoria di Celle. Nel giugno del 1982 è stato deciso di aprire al pubblico la collezione, con la presentazione di una ventina di opere già realizzate. La cosa interessante – prosegue Gori – è che il progetto, nato senza modelli di riferimento, è divenuto esso stesso modello per tante altre simili realtà sparse in Italia e all’estero. Gli artisti che realizzano un’opera a Celle non possono che essere invitati, non essendo accettati in altri modi. Prima dell’approvazione del progetto l’artista ha l’obbligo di essersi reso edotto della storia e delle tradizioni del luogo, non può in nessun caso modificare l’ambiente naturale, e rispettare integralmente la massima dell’amico Carlo Belli: “I diritti dell’arte iniziano dove terminano quelli della natura”. Infine l’ambiente prescelto deve configurarsi come parte integrante e inamovibile dell’intervento apportato dall’artista. È importante distinguere la grande differenza che corre tra opere di ARTE AMBIENTALE e OPERE AMBIENTATE. Queste ultime sono opere di arte (spesso scultura ma non solo) che vengono realizzate nell’atelier dell’artista e poi collocate in uno dei vari possibili luoghi (quindi la forma precede qualsiasi considerazione dello spazio dove il pubblico potrà fruirne). Invece il termine di arte ambientale si riferisce a un modo operativo diverso in cui l’artista inizia dal luogo con cui instaura un rapporto diretto che diventerà un elemento costituente oltre che lo spazio dell’esperienza del pubblico. A Celle ogni artista sceglie il proprio spazio, spesso tenendo presente precisi aspetti dell’ambiente quali la luce naturale, la presenza dell’acqua, la vegetazione in loco, i migliori accessi e scorci per visionare il lavoro, etc. La creazione dell’opera non può prescindere dal luogo in cui è collocata, ma dà vita a un dialogo costante con esso. Aggiunge ulteriori significati senza per questo modificare l’ambiente originale. Insomma, la collezione di Celle è un laboratorio interdisciplinare in continuo divenire”.

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