Reportage – Vivere in un campo collettivo post guerra in Bosnia

Vi portiamo in Bosnia Erzegovina, al confine con la Serbia. Siamo entrati nei campi collettivi dove vivono persone in case costruite come alloggio temporaneo negli anni novanta, dopo la guerra dei Balcani. Sono passati più di due decenni e la situazione è praticamente congelata. Che speranza c’è per il futuro? Chi vive in questi luoghi? Come trascorrono le loro giornate?

Almedina, Elske, Marta, Marco e Paolo sono un gruppo di professionisti e amici, ci portano in Bosnia Erzegovina, nel distretto di Tuzla. Negli anni novanta nei Balcani si consumò una delle più grandi tragedie della storia europea moderna. I governi coinvolti, a seguito della pace firmata a Daytona il 14 settembre 1995, oltre alla ricostruzione fisica degli stati hanno dovuto pensare una soluzione per la ricostruzione sociale e psicologica delle persone. I profughi erano e sono migliaia, sparsi in tutta Europa. Interi villaggi sono stati completamente cancellati e migliaia di persone si sono trovate senza una casa. Il neonato stato della Bosnia Erzegovina ha cercato una soluzione per risolvere “temporaneamente” il problema dell’alloggio per centinaia di famiglie e cercare di riportarle nel territorio d’origine. Sono quindi stati costruiti, ai margini dei villaggi esistenti, dei complessi abitativi per accogliere tutti i profughi derivati dalla guerra, persone che non potevano tornare nei loro villaggi o perché non esistevano più o perché, per motivi etnici, ne era loro negato l’accesso. Con questo documentario si entra nei villaggi, nelle case, nelle cucine e attraverso una buona quantità di caffè e čorba (zuppa tradizionale a base di pollo e verdure) si vuole raccontare la situazione delle singole persone che trascorrono la propria vita come in un limbo, senza sapere se e come si uscirà.

Più di 7000 persone sono distribuite in un centinaio di centri su tutto il territorio nazionale,
o per motivi legati alla guerra o perché cadute in estreme difficoltà economiche senza la possibilità di sostenersi autonomamente. I centri sono stati utilizzati come case popolari per ricollocare chiunque ne avesse necessità, luoghi dove i servizi di base come igiene e socialità sono difficili da mantenere. Poche sono le associazioni che lavorano in questi territori. Principalmente si occupano dell’educazione e della ricreazione dei più giovani, ma anche dell’assistenza psicologica degli adulti che si portano sulle spalle traumi spesso troppo grandi da sopportare.

Le tipologie di costruzione dei centri collettivi sono due. Nel primo caso si è cercato di avere una struttura tipo paese con case a schiera costruite intorno ad un spazio vuoto centrale (ad uso piazza) come ad esempio nel centro di Višća nel comune di Živinice vicino a Tuzla.

Un’altra soluzione, applicata al centro di Ježevac sempre nella provincia di Tuzla, è invece la costruzione di un villaggio con un edificio pubblico centrale usato come scuola e per attività sociali con una serie di case singole a contorno. In entrambi i casi i materiali di costruzione sono scadenti e dopo molti anni di mancata manutenzione sono ormai fatiscenti.

La vita delle persone in questi luoghi è un limbo fatto di attesa e ricerca di un posto migliore dove vivere. Nel documentario si affronta il tema della vita quotidiana, la sopravvivenza giorno dopo giorno di una vita fatta di piccole attività atte alla ricerca di un minimo sostegno economico e alla coltivazione del proprio orto per procurarsi un piccolo sostentamento.

Il documentario intervista famiglie di diversa tipologia, con bambini e adolescenti nati nei centri e che si sono costruiti poi una famiglia all’interno degli stessi. La vita è lenta e scandita dall’opera di diverse associazioni umanitarie che cercano di aiutare le persone a convivere con i traumi dovuti alla guerra civile. Le attività, a cadenza settimanale, sono supportate da personale specializzato come psicologhe e educatrici. Le associazioni cercano di coprire il più possibile tutti i centri esistenti, ma si tratta di un lavoro molto complesso visto la difficoltà a raggiungere i centri e la poca disponibilità di personale e risorse. Attraverso le interviste si vuol raccontare sia la situazione attuale sia i possibili sviluppi per il futuro.

Il progetto affronta anche la situazione delle persone che dai centri sono riuscite ad uscire e vivere in una casa di proprietà costruita con il frutto di donazioni estere. Spesso il rapporto con le persone che vivono all’interno dei centri non viene interrotto, famigliari ed amici magari sono riusciti ancora a trovare una soluzione alternativa, e le persone che “ce l’hanno fatta” sono un ottimo punto di vista positivo per chi è ancora in cammino. L’aiuto reciproco e la creazione di una comunità è parte fondamentale per il superamento delle difficoltà.

La volontà del team è di concludere le interviste cercando politici e giornalisti locali in modo da poter inserire non solamente lo stato attuale delle persone, ma anche gli sviluppi che la politica prevede per loro, attualmente è ancora un progetto in evoluzione. Nella clip si vedono alcune interviste effettuate nei due mesi di registrazione. Il materiale è tantissimo e lo scopo del documentario è di diffondere la conoscenza della situazione in previsione dello smantellamento dei campi come richiesto dalla comunità europea. Naturalmente le persone non possono essere lasciate per strada e l’assegnazione di nuovi alloggi passa soprattutto attraverso la ricerca di fondi. Ma l’obiettivo non è solo una casa, per le associazioni, è anche quello di mantenere quel piccolo tessuto sociale costruito in anni di lavoro.

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