Uscendo da Palazzo Ducale ho percepito la sensazione di essermi rapportata a tu per tu con un grande artista, senza alcuna mediazione, nè di spazio nè di tempo. La mostra “Van Dyck. L’Europeo” che rimarrà aperta al pubblico fino al 19 luglio 2026, offre un percorso che si snoda tra vita e l’arte di Antoon van Dyck, tra Anversa, Genova e Londra.
Sala dopo sala, mi sono ritrovata nelle atmosfere barocche della prima metà del Seicento: sete che frusciano, nobildonne dai ricci perfetti, sguardi che sembrano seguirti fino a quando non svolti l’angolo. E lì dietro, all’improvviso, c’è tutto il pathos sacro che ci riporta con i piedi per terra, dinanzi alla fragilità che ci accomuna tutti.

L’autoritratto giovanile: genio a quindici anni
La mostra si apre con un’opera che da sola vale la visita: l’autoritratto di Van Dyck a circa quindici anni. Davanti a quel dipinto c’è già tutto quello che l’artista saprà esprimere al meglio in età matura.
Pennellate veloci, sicure e quasi moderne. Si stenta a credere sia il lavoro di un ragazzino. Eppure, guardandolo, non è difficile comprendere come sia diventato il più grande ritrattista d’Europa della sua epoca.

Stoffe, gioielli e sguardi che parlano
Una delle cose che più mi ha affascinato è l’attenzione maniacale ai dettagli. Le stoffe sembrano broccati, damascati, taffetas, pizzi a fuselli o ad ago che ornano i colletti, gioielli che scintillano e le aristocratiche gorgiere in lino pieghettato, tanto belle quanto scomode da indossare.
E poi ci sono gli occhi a restare impressi nella mente. Se chiudo i miei mi ritrovo davanti quelli del Cristo Portacroce: pieni di lacrime trattenute ma senza dramma. Un equilibrio emotivo potentissimo che sconvolge.
Lungo il percorso espositivo rimane tangibile l’influenza di Pieter Paul Rubens, maestro fondamentale di Van Dyck nei primi anni ad Anversa, con i suoi bozzetti monocromi che rivelano la sorprendente affinità tecnica.

Il dramma nascosto: i bambini della famiglia Giustiniani
Tra le opere più intense c’è il celebre ritratto dei tre figli della famiglia Giustiniani Longo, arrivato per l’occasione dalla National Gallery di Londra.
A prima vista è un ritratto aristocratico di tre bambini. Ma poi i dettagli raccontano altro: il piccolo Francesco Maria stringe un uccellino malridotto, simbolo della morte prematura del fratellino Luciano. I corvi in primo piano, il rametto spezzato: tutto parla di quel bambino che non può posare con i fratellini.
È un quadro che ferma il tempo e richiede l’attenzione dei visitatori.

La mitologia
Diversi anche i dipinti dedicati alla mitologia. Penso per esempio a Chronos che taglia le ali a Cupido: un’allegoria cupa ma interessante sul tempo che distrugge l’amore e la bellezza. Il teschio in basso è un riferimento al memento mori. Un’opera che inquieta ma al contempo affascina.

Il gran finale nella Cappella del Doge
Il percorso si conclude nello straordinario ambiente della Cappella del Doge. Collocato al centro, si trova il Cristo spirante dipinto da Van Dyck nel 1625.
L’effetto è potentissimo. La cappella, affrescata interamente Giovanni Battista Carlone, amplifica l’impatto emotivo dell’opera e diventa difficile lasciarsi la mostra alle spalle.

Tutte le anime di Van Dyck
Il percorso espositivo racconta tutte le anime di Van Dyck: fu ritrattista raffinato ma anche artista religioso e pittore allegorico. C’è ovviamente anche il suo viaggio europeo, che lo portò fino alla corte di Carlo I d’Inghilterra, raggiungendo le vette più alte della sua fama.
L’allestimento intelligente e fluido riesce ad accompagnare i visitatori a una conoscenza approfondita del’artista.
Se l’arte vi appassiona, questa mostra a Palazzo Ducale a Genova, merita il viaggio.

