Documentari e cortometraggi non sono figli di un Dio minore

Per dimostrarvelo siamo andati al Montelupo Film Festival.

Documentari e cortometraggi viaggiano ancora nella carrozza “figli di un Dio Minore”. Ma chi l’ha detto, poi?. Per convincervi del contrario abbiamo fatto un giro alla 4° edizione di Montelupo Fiorentino Film Festival che si è tenuto dal 28 al 30 Settembre al Cinema Mignon della capitale della ceramica, luogo cult per gli amanti del cinema d’essai. Un Festival che ha messo in mostra qualità, coraggio creativo, volontà di investire sugli attori e, aspetto non irrilevante, ha valorizzato le opere di autori italiani.

La rassegna di Montelupo, capitanata da Lorenzo Ciani, Daniele Pertici e Deborah Macchiavelli, si articola in cortometraggi e documentari: quindici le opere in gara, suddivise in tre aree tematiche: NUOVO CINEMA ITALIANO – MUSICA AL CINEMA – CINEMA IN ROSA.

La prima serata si è aperta col botto con Alla Finfirifinfinfine di Francesco D’Ascenzo, Premio per la Miglior Regia di Documentario. Un breve ma intenso, e commovente, affresco postumo di Paolo Villaggio, irriverente, politicamente scorretto e malinconico fino alla fine, anche se convinto che “qualcosa resterà”. Altri grandi attori italiani hanno recitato negli altri film proposti al pubblico. Un insolito Giovanni Storti (del trio Aldo, Giovanni e Giacomo) ha interpretato, nel poetico Magic Alps, una guardia di confine che, con un inglese improbabile ma con una profonda umanità, cerca di dirimere le vicende di un migrante e della sua capra che non può rimanere sul territorio italiano. Un nevrotico e involontario “quasi serial killer” Alessandro Haber si è trovato a proprio agio in Insetti di Gianluca Menzetti, Premio per la Miglior Regia di Cortometraggio e vincitore anche del Premio del Pubblico. Antonio Catania e Benedetta Buccellato, in Gong! di Giovanni Battista Origo, hanno fornito una maiuscola prova d’autore, recitando per sedici minuti in un unico piano sequenza e mettendo in scena le frustrazioni e le ipocrisie di un certo ceto intellettuale; il dramma Pipinara di Ludovico Martino, risultato il Miglior Cortometraggio, premiato col “Lupo rampante”, ha rivisitato in maniera originale la vicenda della morte di Pier Paolo Pasolini, affrontandolo dal punto di vista dei ragazzi delle borgate romane che, circondati dallo squallore e dalla noia, si procurano da vivere rubando o prostituendosi. Ma il tentativo di concedersi a Pasolini finisce male e il poeta viene finito a calci e pugni. Di tutt’altro genere la commedia Cani di razza di Riccardo Antonaroli e Matteo Nicoletta, con protagonista Giorgio Colangeli, una frizzante e cinica rappresentazione delle modalità (vere?) con cui vengono elargiti i finanziamenti al cinema, all’insegna della strumentalizzazione del dolore e dell’handicap. Il legionario di Hleb Papou ha, con crudezza, rappresentato il dramma di un poliziotto italiano diorigine africana, messo di fronte al dilemma se obbedire alle leggi del suo nuovo Stato o salvare dallo sgombero la sua famiglia d’origine.

Seconda serata dedicata alla MUSICA, con proiezione di una serie di video internazionali e soprattutto di Waves: l’altro della musica italiana di Marco D’Almo e Francesco Ferraris, vincitore del “Lupo rampante” per il miglior documentario e del Premio al Valore Culturale Doc. Si indaga il mondo della musica indie italiana con interviste a Brunori Sas, Willie Peyote, Levante, The Zen Circus, Samuel dei Subsonica, Mannarino, Coez, spesso effettuate durante le pause di concerti ed eventi musicali importanti, nel tentativo di dirimere la questione su cosa significhi esattamente “indie” e quale musica appartenga o non appartenga al genere, ammesso che di genere unico si possa parlare. Esilarante, e azzeccato esempio di ricerca testuale e sonora “indipendente”, la canzone, con tanto di video, usata per chiudere il documentario, Secchio di Pop X. Premiato anche, come Miglior Video Musicale, BRODINSKI “Split”, un’opera di Pavel Brenner.

Molti gli spunti offerti dall’ultima serata dedicata al CINEMA IN ROSA, caratterizzata da opere di carattere sociale. Interessante l’esperimento proposto da Saverio Tommasi con Le reazioni delle donne agli insulti sessisti. Perfetto esempio di denuncia, inquietante e ben girato è 911 Pizza del francese Elefterios Zacharopoulos, capace di cogliere le sfumature anche più recondite delle situazioni nelle quali le donne subiscono violenza. Il documentario biografico Guardami ora di Alessandro Manieri ha vinto il Premio al Valore Culturale Corto. Racconta la vicenda di Giulia, con una storia personale complessa, legata alla scoperta della sua malattia: la malattia di Huntington. Giulia non sa quando si manifesterà il primo sintomo, ma nel frattempo ha scelto di vivere e di avere una famiglia con Alessandro, suo marito. Il dramma Rise of a Star di James Bort, anche’egli francese, Premio Speciale della Giuria, ambientato nel mondo della danza, pieno di sogni e al tempo stesso ipercompetitivo, è valorizzato da una superba evergreen quale Catherine Deneuve. Chris Af Enehielm ha vinto il Premio Miglior Attrice per l’interpretazione del dramma-commedia finlandese Un’autobiografia di Mari Mantela, la storia della tenacia dell’operaia di un’officina che non si arrende al pensionamento. Surreale, esistenzialista e con molte sequenze splatter il tedesco Kleptomami di Pola Beck.

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