Nicoletta Gabbriellini, la runner dei deserti

In Iran e in India, tra le dune del deserto, si incrociano storie e natura.

Sono sempre di più, in tutto il mondo, gli appassionati di corse estreme: nei deserti, sui monti, nei boschi, quello che conta non è il cronometro, ma la resistenza. Persone che per buona parte della loro vita si districano tra gli impegni dell’ufficio e della famiglia finché un giorno non incontrano quella che diventerà la loro vera passione.

Noi dell’Ordinario abbiamo incontrato una di questi runner, Nicoletta Gabbriellini, 50enne di La Spezia, un lavoro da agente di polizia municipale in Toscana con “l’hobby” di attraversare di corsa i deserti di tutto il mondo. Due occhi azzurri incorniciati da capelli biondi di taglio sbarazzino, ci accoglie nella sua casa con un sorriso e, mentre ci racconta, gli occhi le brillano e la voce a tratti si incrina per l’emozione: “in quei luoghi ho raggiunto un perfetto equilibrio tra mente e corpo, è come se finalmente il caos della vita di tutti i giorni avesse trovato un suo preciso ordine”.

L’anno scorso la prima esperienza in India ora sei reduce dalla maratona in Iran, cosa ti spinge ad andare in luoghi della Terra così lontani e a volte “ostili”?

Prima di tutto sono una persona estremamente curiosa, tutto ciò che non conosco mi stimola, mi trasmette sensazioni positive e poi ho sempre voglia di mettermi alla prova, di vedere se riesco ad alzare un po’ più su “l’asticella”. Questo tipo di maratona è stato il regalo che mi sono fatta per i miei 50 anni, ho sempre avuto la passione per la corsa e nel tempo mi sono cimentata prima con le mezze maratone, poi le maratone fino a raggiungere corse di molti chilometri. Correre nel deserto era un desiderio che maturavo da tempo.

Lo sport unisce persone totalmente diverse come cultura, educazione e nazionalità. Come si riesce a convivere?

In queste gare si incontrano persone provenienti da ogni parte del mondo ma tutti accomunati dalla medesima passione per il running e quindi, in un certo senso, simili, perché spinti dal desiderio di conoscere e affrontare i propri limiti, le proprie paure, di entrare in contatto con mondi assolutamente irraggiungibili in altri modi. Le condizioni difficili, la fatica, l’impossibilità di avere le normali condizioni di vita a cui siamo abituati, tipo la luce o l’acqua corrente, fanno nascere tra noi runner una sorta di cameratismo che spesso va ben oltre un semplice rapporto di amicizia. Non esagero se dico che in mezzo al deserto spesso l’unica persona che ti può aiutare se sei in difficoltà, è il tuo compagno di corsa.

Come è organizzata una maratona come quella a cui hai partecipato recentemente?

Sono gare di 150 o 250 chilometri ripartiti in sei tappe e in autosufficienza. Significa che corri con il tuo zaino in spalla nel quale trasporti il cibo necessario per una settimana, un sacco a pelo, il materassino, medicinali, un cambio pulito di vestiti, giacca a vento per la notte (c’è una grande escursione termica di giorno 40/45 gradi e di notte quasi a 0), la bussola e una lampada frontale. Corri con circa 6 o 7 chili di bagaglio. Si segue un percorso tracciato con una bandierina ogni cento metri e ogni 10 km c’è un check point che fornisce un litro e mezzo d’acqua. Si dorme tutti insieme in tende montate ogni sera dagli organizzatori.

Cosa ti è rimasto nel cuore e negli occhi di quei luoghi?

Sicuramente ho visto cose che in altro modo non avrei mai potuto vedere. In India il deserto è abitato e dunque ho attraversato villaggi di fango e paglia abitati da persone sorridenti e colorate. Un mondo incredibile. In Iran invece il deserto è totalmente privo di acqua e di ogni forma di vita, inospitale e arido, ma io me ne sono innamorata follemente. Non vedo l’ora di ritornarci. Ci sono solo due colori: cielo e sabbia che compongono panorami mozzafiato, un caldo terribile e forte vento, eppure il deserto ci ha trasmesso un’energia unica. Stare lì a contemplare panorami incredibili di giorno e di notte un cielo così vicino con stelle gigantesche che ti sembra di toccare. Ho raggiunto un benessere totale. Sono sensazioni che mi rimarranno dentro e che porterò con me per sempre.

Cosa ti hanno lasciato le persone? Cosa tu pensi di aver lasciato a loro?

In Iran ho conosciuto persone uniche. Fra gli atleti c’erano due amiche neozelandesi che per motivi famigliari si sono perse di vista per anni (una vive in Inghilterra e una in Giappone): si sono date appuntamento nel deserto per festeggiare i loro 50 anni. Una ragazza giapponese si è fatta un viaggio di tre giorni, senza conoscere una parola d’inglese per arrivare in Iran. Marito e moglie italiani, sposati da 33 anni, hanno affrontato insieme la sfida. Tanti, ognuno con la sua storia e la sua motivazione. Oartetoer Masha, era l’unica donna iraniana a partecipare, questa è una delle pochissime competizioni sportive in cui sono ammesse anche le donne. Sono stati speciali i ragazzi iraniani dell’organizzazione, ragazzi pieni di sogni che guardano all’occidente con curiosità ma senza invidia. A loro modo accettano di vivere in un paese dove tutto è illegale e immorale. Da tutti ho preso forza, coraggio e positività. Non so cosa io ho lasciato a loro, il nostro obiettivo è di incontrarci di nuovo.

Cosa significa tornare a casa dopo un’esperienza del genere?

Tornare a casa è stato difficilissimo, ovviamente avevo nostalgia dei miei famigliari, ma dopo una tale esperienza, non riesci a riprendere la tua vita normale. Per diversi giorni ho continuato a svegliarmi all’alba con la sensazione del vento caldo che mi soffiava sul viso. Credo che l’aria del deserto mi sia rimasta nelle vene.

Progetti futuri?

Mi sto allenando per tornare in India in primavera sempre nel deserto del Rajistan. Ho alzato nuovamente la mia asticella e provo a percorrere i 250 km. Ovviamente in autunno tornerò in Iran per rivedere gli amici e ritrovare la pace sulle dune del deserto dello Iut.

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