Thanksgiving: breve storia del “vero” Ringraziamento

Giovedì prossimo 300 milioni di Americani celebreranno quella che senza dubbio è la festa nazionale più sentita e familiare, il Thanksgiving. Eppure la sua origine è molto distante da quello che si potrebbe pensare.

Una famiglia riunita a tavola attorno ad un enorme tacchino, circondato da salsa ai lamponi, patate e sorrisi. Questa è l’idea del “Ringraziamento” che ci è arrivata in Italia, confezionata ad arte da decenni di film e serie tv. Una festa per un’occasione un po’ inafferrabile, a dire la verità, se non si è americani (un segno di gratitudine verso Dio per il raccolto e per quanto ricevuto durante l’anno trascorso) ma da questi ultimi sentita e vissuta quasi più del Natale.
Una giornata che ha in se qualcosa di sacro e che segue rituali pressoché trasversali. Che, per una nazione dalle mille etnie, religioni e colori, è notevole. Oltre ai già citati tacchino, patate e salsa, si aggiungono la torta di zucca e la partita di football al pomeriggio.
Tutto talmente e profondamente codificato nel DNA e nel cuore degli americani da pensare che sia stato lì per secoli e generazioni.
E invece no.

Il Ringraziamento è una finzione tutto sommato recente. L’idilliaca immagine dei pellegrini europei e degli indiani del New England che condividono un pasto celebrativo ha certo meno di 120 anni. Ed è stato solo dopo la prima guerra mondiale che questa idea si è incorporata nelle menti degli americani grazie alla scolarizzazione di massa e alla necessità di trovare un terreno culturale comune su cui costruire un’idea di nazione.

La Storia insegna, dunque, che dopo un’infernale traversata a bordo della Mayflower, i padri pellegrini abbiano raggiunto le coste del New England ma che solo la metà di loro sia sopravvissuta fino alla primavera. Le condizioni atmosferiche e l’inesperienza decimarono i coloni che, indeboliti dalla malnutrizione e dalla malattia, si dice (e qui comincia, in parte, l’idillio) furono salvati dall’aiuto delle tribù indiane locali che insegnarono loro come coltivare il grano, estrarre la linfa dagli aceri, catturare i pesci nei fiumi ed evitare le piante velenose. Fu così che nel novembre 1621, dopo che la prima raccolta di granoturco dei Pellegrini ebbe successo, il governatore William Bradford organizzò una festa celebrativa a cui furono invitati anche i nativi americani della zona, gli Wampanoag. Gli indiani accettarono l’invito e si festeggiò con reciproca felicità per tre interi giorni.

Nonostante questa versione sia un’approssimazione abbastanza corretta di quello che probabilmente successe nel New England, non è che uno tra i tanti resoconti storici di incontri e celebrazioni “a ringraziamento” di qualcosa, giunte fino a noi. Per la cronaca (storica), gli studiosi avevano registrato altre cerimonie di ringraziamento tra i coloni europei in Nord America ben prima dell’arrivo dei padri pellegrini. Nel 1565, per esempio, l’esploratore spagnolo Pedro Menéndez de Avilé invitò i membri della tribù locale dei Timucua a una cena a St. Augustine, in Florida, dopo aver tenuto una messa per ringraziare Dio per l’arrivo sicuro dell’equipaggio. E anche il 4 dicembre 1619, quando 38 coloni britannici raggiunsero un sito noto come Berkeley Hundred sulle rive del fiume James, in Virginia, venne letto un proclama che indicava la data come “un giorno di ringraziamento a Dio Onnipotente”.
La “versione degli indiani Wampanoag” fu scelta da Sarah Josepha Hale, redattore di una rivista chiamata Godley’s Lady’s Book nell’anno 1846, probabilmente perché richiamava una delle relazioni più pacifiche (ma non priva di sangue) tra nativi e coloni. Attraverso la pubblicazione Hale portò avanti una incessante campagna (durò ben 17 anni) per la creazione di una festività nazionale che unisse il paese. Scrisse anche lettere a ben cinque diversi presidenti degli Stati Uniti: Zachary Taylor, Millard Fillmore, Franklin Pierce, James Buchanan e Abraham Lincoln finché non fece breccia proprio in quest’ultimo.
Prima dell’intervento di Hale, giornate del Ringraziamento, venivano celebrate soprattutto nel New England mentre nel Sud degli Stati Uniti tale feste non esisteva nemmeno.

 

Lincoln dunque programmò a tavolino il Ringraziamento – del resto un giorno andava deciso – per l’ultimo giovedì di novembre, e in quella data fu celebrato fino al 1939, anno in cui Franklin D. Roosevelt spostò, a sorpresa, la festa di una settimana nel tentativo di spronare le vendite al dettaglio durante la Grande Depressione. Il piano di Roosevelt, noto in modo derisorio come Franksgiving, fu accolto con appassionata opposizione e nel 1941 il presidente firmò (a malincuore, dicono) un accordo per stabilire una volta per tutte il Ringraziamento per il quarto giovedì di novembre.

Pur volendo tenere come buona la versione del 1621, è assai improbabile che il menù del banchetto prevedesse tacchini, torte di zucca e salsa di lamponi. Aragoste, foche e cigni cotti usando le spezie e i metodi di cottura tradizionali dei nativi americani furono molto più probabilmente i protagonisti della tavola mentre sicuramente mancavano, per motivi storici e geografici, lo zucchero e quindi i dolci.

Per smontare infine il quadretto idilliaco è giusto riportare che, da almeno 40 anni, gran parte dei nativi americani protestano per come la storia del Ringraziamento viene presentata al pubblico americano, e in particolare ai bambini. Dal loro punto di vista, la narrativa tradizionale dipinge un ritratto apparentemente solare (e storicamente parziale) dei rapporti tra i pellegrini e il popolo Wampanoag, mascherando la lunga e sanguinosa storia di un conflitto che ha provocato la morte di milioni di persone. Dal 1970, i manifestanti si riuniscono nel giorno designato come Ringraziamento in cima a Cole’s Hill, che si affaccia su Plymouth Rock, per commemorare una “Giornata nazionale del lutto”.Non lo chiamano Ringraziamento. E non c’è partita di football dopo.

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