Un cuore di Lego, dalla Danimarca alla Toscana, passando per il mondo

Al cinema è da poco uscito The Lego Movie 2, film di animazione diretto da Mike Mitchell, con Chris Pratt e Claudio Santamaria, uno degli eventi cinematografici più attesi del 2019, che si prepara a sbancare il botteghino anche in Italia come è già accaduto negli Stati Uniti.

L’Ordinario ha pensato, approfittando di tale circostanza, di raccontare la storia di chi, della Lego, ha fatto una passione, mattoncino dopo mattoncino. Un omaggio alla forma definitiva che dal 1958 assunsero i prodotti del lavoro e della creatività del falegname danese Ole Kirk Kristiansen. Kristiansen aveva fondato una falegnameria già nel 1916 e, dopo che un incendio l’aveva distrutta, aveva messo in piedi una piccola azienda di giocattoli, applicando il concetto della miniaturizzazione, per ridurre i costi e velocizzare il processo di costruzione, e l’aveva portata avanti, pur tra mille difficoltà, fino a trasformarla in una delle più grandi aziende al mondo. E nel 1934 aveva coniato per i suoi giocattoli il nome LEGO, acronimo dall’espressione danese  leg godt (“gioca bene”).

Dunque, i nostri protagonisti di oggi sono Riccardo Di Nasso e Stanislav Okunevski, dell’Orange Team Lug di Pisa, un gruppo che riunisce appassionati di Lego della Toscana, con la mente, come tanti altri fan di tutto il mondo, rivolta a quei benedetti mattoncini colorati da assemblare al meglio e con il cuore rivolto a Billund, la città della Danimarca dove tutto ebbe inizio, dove oggi (con le dimensioni divenute nel frattempo quelle di una multinazionale), giungono aficionados dalle Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno, e dove il rapporto fra il culto e il fedeli è pari a quello fra un islamico e La Mecca, perché almeno una volta nella vita ci si deve andare.

Riccardo, con la Lego, addirittura ci lavora, perché dal 2016 è titolare di un piccolissimo negozio, una chicca o una nicchia, fate voi, nel centro di Pisa, che si chiama “Collego” e in cui non si trovano giocattoli ma solo oggetti Lego, e, per la verità, anche oggetti vintage e cose ricercate; al piano di sopra ci sono, inoltre, 1.000 kg di Lego sfuso, dove la gente può prendere dei pezzi al peso.

Dentro il negozio Collego

“In Italia – precisa Di Nasso – di negozi così ce ne sono davvero pochissimi, forse non arriviamo a dieci. Le dimensioni ridotte servono per rimanere con le spese più basse possibili. Però c’è anche l’idea della rarità, dell’esclusività del Lego, del concentrato di passione e di ricerca. Come dice la Lego, si va da 0 a 99 anni.”

Cosa fa un team come questo?

“Prima di tutto fa associazione, quindi cerca di condividere la propria passione con gli altri; ci si riunisce una volta al mese, non abbiamo una sede specifica però ci ritroviamo in sedi di bar, ad esempio, e ora ne abbiamo una più o meno fissa, e ci organizziamo, facciamo attività sociali, ci scambiamo informazioni, organizziamo concorsi ecc. Nel nostro mondo non ci sono delle gare intese in senso sportivo, però ci sono dei concorsi. Li facciamo internamente, li facciamo agli eventi, dipende… Noi diamo un tema, che può essere uno qualsiasi, e magari chi vuol partecipare costruisce qualcosa su quel tema lì. Può rimanere al nostro interno o può aprirsi a tutti. I confronti con altri team di altre parti d’Italia si fanno all’interno delle manifestazioni, dove c’è una pseudo competizione, anche se non esiste una graduatoria. Ciò che davvero somiglia a una competizione è la First Lego League, una competizione robotica in lego ma più specifica per le scuole. Attenzione, l’appassionato non deve fare la gara, non deve arrivare primo.”
Non è facilissimo entrare in un’associazione come questa. Non tanto per la quota d’ingresso, bassissima, quanto perché si deve capire se chi si vuole iscrivere qualcosa di Lego capisce, e se c’è una passione. Superato il test introduttivo si entra nel pieno delle attività, come organizzare e partecipare a eventi, meeting, discussioni e magari anche alle famose “ravanate” in cui il club mette a disposizione chili di Lego sfuso con cui i membri posso cercarsi i pezzi più rari o necessari per costruirsi le proprie Moc (creazioni personali) ndr.)
Va anche ricordato, inoltre, che il club, oltre a fare attività associativa, ogni hanno dona regali e presenza al reparto di Pediatria dell’ospedale di Pisa dove molti bambini meno fortunati hanno bisogno di un sorriso e di un gioco per i loro lunghi giorni di ospedale.
Poi ci sono gli aspetti burocratici e gli impegni da organizzare, ma è naturale che gli occhi si illuminano quando c’è da usare le mani oppure quando si ricorda cosa, con quelle mani, si è fatto”.

La torre di Pisa realizzata dal Team Orange

E da un gruppo pisano cosa ci si poteva aspettare come creazione principale? Sì, avete indovinato, hanno fatto la Torre di Pisa in Lego! Alta due metri, pesa 60 kg, realizzata con più di 10.000 pezzi, e l’hanno voluta anche a Billund. Ma Riccardo e i suoi sono molto fieri, per esempio, di partecipare, da due anni a questa parte, anche a Lucca Comics and Games, dove “ci invitano e ci danno un tema: due anni fa ci dettero Star Wars, e l’anno scorso Super Heroes.”

Finora ho genericamente parlato di appassionati e di tema, ma i lettori che bazzicano il mondo dei mattoncini mi avranno già incenerito a distanza, perché ho parlato da profano, e quindi non avrei superato il test di passione. Rimedio subito, d’altronde non si nasce imparati: ci sono 17.000 forme di pezzi di Lego. Il pezzo più piccolo, inteso come incastro, è lo STUD, mentre il più grosso è la BASE. L’appassionato di Lego si chiama AFOL (Adult Fan of Lego) mentre un Team si chiama LUG (Lego User Group). E già che ci siamo aggiungiamo che l’Orange è stato il primo LUG in Toscana, e uno dei primi in Italia… e che se entri in un LUG sei già un AFOL!
E gli AFOL di tutto il mondo si trovano a Billund, alla loro festa annuale, in settembre e, aggiunge Riccardo, “ti confermo che arrivano davvero da ogni dove. Il Paese in cui la Lego è più diffusa è la Germania, dove c’è un’identità forte, subito dopo penso l’America, ma ora la Lego sta entrando molto anche in Asia, tipo Malaysia e Filippine.”

Chi scrive è nato, ahimè, nel lontano 1972, e già si giocava con la Lego, senza che esistessero le diavolerie moderne, i cellulari, i social, ecc. E dopo quasi 50 anni scopre che c’è ancora l’appassionato di Lego. Come ha fatto a resistere a tutte le innovazioni e i cambiamenti epocali di questi decenni e a rimanere col suo fascino inalterato? Lo chiediamo a Riccardo.
“Attenzione, la Lego ha avuto le sue forti crisi, specie negli anni Settanta e Ottanta, con l’avvento dell’elettronica e dei videogiochi. E’ stata ricomprata, è stata fatta risorgere da dei manager giovani, che hanno saputo tirarla sù, ma al 90%, e soprattutto, dal contratto che hanno fatto con Disney. Tutto quello che era Disney Lego poteva produrlo. Lì è stata la svolta”.

Ma, se il lettore ricorderà, all’inizio abbiamo detto che i protagonisti del racconto odierno sono due. Il secondo è silente, osserva, scruta, ma quando è chiamato in causa esterna con precisione chirurgica il proprio pensiero. Si chiama Stanislav Okunevski, è di origine estone e di etnia russa, che così racconta il proprio affratellamento all’Orange Team Lug: “Mi sono avvicinato al gruppo perché aveva organizzato la prima manifestazione alla Leopolda, li ho conosciuti e non li ho più mollati. Però, con altre persone di Firenze, avevo già esposto in precedenza a Empoli. Avevo esposto pirati, anche perché colleziono eserciti. Avevo tante navi e le portai. Alla Leopolda quelli dell’Orange Team Lug, mi chiesero di portare le cose più carine che avevo e da allora è iniziata una collaborazione che poi è diventata amicizia, stima, e ha portato al consolidamento del gruppo, che è anche un gruppo aggregativo.” Fra le tantissime cose belle che Stanislav ricorda c’è l’aver esposto a Lucca Comics, un riconoscimento del lavoro fatto, “anche da parte del gruppo”.

Un’esposizione del gruppo a Lucca Comics and Games

Adesso il nostro amico sta costruendo un castello dei Crociati in Terrasanta, e il divertimento sta nel fatto che con la creatività si può realizzare qualsiasi cosa. La sua origine scaturisce un curioso ricordo: “Io ho iniziato a giocare col Lego da tre anni in poi. Il primo giocattolo occidentale che arrivò In Estonia era la Lego. Sono nato nel 1989, proprio nelle fasi del passaggio dall’Urss all’indipendenza nazionale. Nel 1991 si sono aperte le frontiere e i mercati e sono arrivati i prodotti esteri, fra cui il Lego. Il primo l’ho avuto a tre anni e da lì non ho più smesso, anche quando sono arrivato in Italia nel 1999, anzi… “
La considerazione finale ha a che fare col rapporto fra Lego e tempo libero e con l’eventuale incompatibilità fra un gioco “arcaico” e le distrazioni “moderne”: “Se ho una buona idea di costruzione dedico alla Lego tantissimo del mio tempo libero, sennò mediamente un’ora al giorno per sistemare o costruire qualcosa di piccolino. Dipende dal momento, ma faccio come gli scrittori: se ho un’ispirazione la seguo e mi ci butto a corpo morto. Non ho problemi, per questo, a essere definito “arcaico”. D’altronde sono ipersocial e compenso il mio sguardo futuristico con quello più tradizionale.”

Ma insomma, cari AFOL, (chiediamo a tutti e due) dove risiede la magia della Lego ancora oggi?

“Ad appassionare ancora della Lego è la creatività, cioè uno può prendere un Lego e sfoggiare magari quello che si sogna la notte, quello che vede nella natura, il suggerimento che gli dà la lettura di un libro. Io ho costruito temi dedicati ai pirati sull’onda de L’isola del tesoro di Stevenson, che ho letto in diverse lingue. “
Sì, si può viaggiare anche avendo in tasca la fantasia… e tanti mattoncini quadrati.

Un MOC, Santuario del Dragone dorato

3 Comments

  • Complimenti per l’ articolo Andrea 🙂 …unico appunto: i ’70 / ’80 sono stati gli anni d’oro della produzione Lego..la crisi e’ arrivata a fine anni ’90 🙂

  • Complimenti per l’ articolo Andrea 🙂
    Unico appunto..la crisi e’ arrivata a fine anni ’90, mentre i ’70 / ’80 sono stati gli anni d’oro della produzione Lego.

  • Grazie Marco per i complimenti. In quanto all’appunto, ho dedotto quelle informazioni un po’ dalla rete un po’ dalle conversazioni con gli interessati, ma natruralmente può capitare di non cogliere nel modo debito tutte le sfumature.
    Continua a seguirci

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