Mariasandra Mariani, vi racconto i miei 14 mesi ostaggio di Al Qaida

Da Firenze all’amore per il deserto Algerino, il rapimento, fino al ritorno “alla normalità”. La fiorentina Mariasandra Mariani fu rapita nel 2011. Oggi, a distanza di quasi 8 anni, ci racconta tutti i contorni di quella terribile vicenda.

Mariasandra Mariani è una tranquilla signora fiorentina che il 2 Febbraio 2011 si trova nel luogo più caro alla sua anima, nel deserto algerino. Conosce bene il posto, lo ama, c’è stata tante volte, e da quella successiva ha in animo di iniziare a fare anche la guida turistica. Questo pensa anche quel 2 Febbraio quando tutto, all’improvviso, cambia. Mariasandra viene rapita da 14 uomini di “Al Qaida nel Maghreb Islamico (AQMI)”, per la precisione dal battaglione guidato da Abdul Hamid Abu Zaid. Verrà rilasciata solo nell’aprile 2012, al termine di quattordici mesi durissimi, pieni di angoscia, vissuti senza quasi avere contatti con i familiari, senza sapere dove si trovasse, sballottata da un posto all’altro, trattata male in quanto donna, e con la vita messa a rischio, paradossalmente, più dagli scorpioni e dalle vipere che dai terroristi islamici.

La sua storia ha avuto un’eco minore di quelle di altri nostri connazionali incappati in simili disavventure: forse perché non era una politica, una giornalista, una soldatessa, un cooperante. Ma una turista capitata nel posto sbagliato al momento sbagliato. E vittima di giochi politici e di strategie del terrore più grandi di lei. Giochi ancora oggi, in buona parte, poco chiari o non rivelati.

L’Ordinario ha deciso di raccogliere la sua terribile storia. La storia di chi ha trovato il coraggio, stra-ordinario, per resistere a un evento che le ha sconvolto la vita. E la forza di gestire il ritorno alla normalità, senza dimenticare i traumi tuttora irrisolti. E con un monito a non lasciarsi andare, anche quando tutto sembra perduto, e a non sottovalutare mai il terrorismo, pensando che non possa colpire persone comune o innocenti, come lei.

Mariasandra inizia raccontandoci della sua prima vita, quella antecedente al rapimento.

Sono una sessantenne fiorentina, sposata all’età di 17 anni, e ho un figlio che oggi ha 44 anni. Ho trascorso molto tempo lavorando nell’ambito familiare, in diversi settori commerciali, e ho svolto una vita tranquilla come madre e come moglie. Nel 1985 mi ero trasferita a San Casciano in Val di Pesa e nel 2007 ho iniziato a lavorare in un agriturismo, per la precisione alla reception. Dopo il rapimento sono tornata a lavorare lì ma, poiché non potevo più stare a contatto con le persone perché era troppo faticoso, allora mi hanno spostato in amministrazione. Tornando al “prima”, nel frattempo mi ero separata, dopo 33 anni di matrimonio. Ciò mi ha portata ad un periodo di riflessione profonda.

Che cosa accade durante questa riflessione?

Accade che a me è sempre piaciuto viaggiare e anche con mio marito avevamo fatto molti viaggi organizzati. Nel 2006 capita l’opportunità di partire con Avventure nel mondo e per la prima volta siamo andati in Algeria.
Abbiamo fatto una settimana di trekking nella zona di Djanet, al confine con la Libia sul Tassili. Questo trekking sul Tassili n’Ajjer prevedeva 7 giorni a piedi, con l’ausilio di asinelli, e gli altri 7 giorni escursioni col 4×4, da Djanet, per arrivare a Tamanrasset, nella parte Sud dell’Algeria; nel gruppo eravamo 14 persone.

È durante questa esperienza che scocca il tuo amore per il deserto algerino?

Sì, perché appena toccato questo luogo, mi sono sentita libera, del tutto a mio agio. Ogni giorno c’era qualcosa che mi appassionava. Tra l’altro io non mi integravo per niente nel gruppo e stavo sempre con i Tuareg che preparavano da mangiare per loro, mentre io li guardavo. Dormivamo nelle tende, c’erano brusche escursioni termiche, la notte faceva freddo. Era fine novembre, inizio dicembre. Tornata a casa ebbi una crisi: avevo il rifiuto della mia civiltà, avevo capito molto bene che l’abbondanza di cose non serve… L’essenziale per loro era l’acqua e il fuoco; le persone lì non avevano altro. Il mese dopo tutto mi sembrava troppo, diventava troppo, i vestiti erano troppo, i mobili erano troppo, tutte le cose intorno a me erano troppe e il troppo mi dava noia. Da qui nasce forse anche la crisi matrimoniale.

E da lì decidi di iniziare a tornare più spesso in Algeria…

Visto che avevo un lavoro stagionale in Italia, avevo in mente un parziale cambio di vita: dovevo collaborare con l’Algeria come guida turistica. Parlavo principalmente il francese. E, nel corso degli anni, sono andata in Algeria sei volte: dopo il primo periodo il mio non era più un viaggio di piacere, ma un’opera di volontariato; infatti mandavo dall’Italia vestiti per bambini, medicinali e altre cose che occorrevano. Molti non sanno che quando si parte per l’Algeria si deve avere l’autorizzazione per il visto, un invito di un’agenzia, e un’assicurazione. Devi inoltre rispettare rigorosamente l’itinerario, cosa che ho sempre fatto, anche la volta del rapimento.

Veniamo al rapimento. Quando e come avvenne? Eri sola?

Fu come vivere un incubo a occhi aperti. Sono stata prelevata il 2 febbraio 2011 ed ero con la guida in un villaggio. O meglio, in dei bungalow di proprietà dell’agenzia dove giorni prima c’erano stati turisti a fare la fine dell’anno. Insomma c’era sempre gente lì. Era pomeriggio, poco prima del tramonto, e, dopo aver bevuto il tè, lungo il sentiero, stavamo ritornando al bungalow.

A che punto eravate del viaggio?

Il nostro viaggio era cominciato da più di una settimana. Mentre io e la guida stavamo facendo il tragitto di ritorno lui si gira repentinamente con la testa, e a quel punto mi giro anch’io e vedo due pick-up che si fermano. La guida mi dice: “Corri, corri, non ti devono vedere.” Io nella mia testa penso ai contrabbandieri, ma ero abbastanza tranquilla, tanto con me c’era la guida e lui sicuramente sapeva cosa volevano… forse da mangiare…

Avevi mai avuto un sentore di pericolo nei viaggi precedenti?

Mai, erano tutti stati molto gentili. Tornando a quel giorno, all’improvviso sento tre “botte”… stavano distruggendo i bungalow. Io ero seduta sul materasso del mio bungalow. A un certo punto, vedo una sagoma che mi dice di uscire; rientro perché mi ero dimenticata la borsa, lui mi parla e si arrabbia. Mi colpisce alle costole, per fortuna avevo il pile… mi giro come per dirgli: “Oh, ma che fai?” Esco e vedo la guida stesa a terra con le mani dietro la testa e altri due uomini col fucile puntato. A quel punto mi viene il panico e mi giro per andare verso di loro, e la guida in francese mi dice: “No, no, non mi toccare…” Io non mi ricordo più niente nel senso che mi sono sentita prendere di peso e portare probabilmente verso la macchina. Io li picchiavo, mi ribellavo, chiamavo disperata la guida, Aziz, che però non poteva fare niente. Mi hanno legata al cruscotto e messo le manette. Erano in 14 con due macchine, un commando. Terroristi di Al Qaida, come ho appreso in seguito. Dopo 5-6 ore sono scesa e hanno interrogato la guida e manomesso la sua macchina. Dopo un po’ la guida mi ha detto che a loro interessavo solo io! Ero arrabbiata, disorientata.… in inglese dissi al sequestratore che era molto cattivo! Dopo mi ricaricano in macchina e mi mettono una coperta molto grande… non per ripararmi dal freddo, come pensavo inizialmente, ma per evitare il contatto tra me e loro.

Sei riuscita a ricostruire le tappe del tuo itinerario, durante il quale hai cambiato vari luoghi?

Siamo arrivati in Mali e il viaggio è durato circa una settimana. I primi tre giorni non ci siamo mai fermati salvo che per fare i bisogni. Loro non facevano nemmeno le preghiere, io non mangiavo niente, avevo la gola e lo stomaco chiusi.

A quel punto avevi realizzato di essere stata rapita?

Sì, a quel punto sì! Me lo disse esplicitamente Adnan Abu Walid Al Saharawi, all’epoca un semplice mujaheddin, adesso Emiro che in seguito si è legato all’Isis.

Quanti spostamenti avete fatto?

Diciotto, però siamo rimasti sempre in Mali, nella zona Adrar de Iforgas, al confine con l’Algeria, un territorio fatto di montagne e distese di sassi neri infuocati.

Dove stavi durante il rapimento?

Stavo, quando mi andava bene, in capanne, costruite da loro.

Eri legata?

No, non ero legata.

Teoricamente, avresti potuto anche scappare…

Sì, ci ho pensato, ma non avrei saputo dove andare anche perché avrei potuto scappare solo di notte, poiché il sole è accecante, e poi avrei potuto rischiare di essere punta da una vipera o di incontrare qualcuno di loro. E poi in che direzione andavo?

Cosa ti permettevano di fare?

Mi permettevano di andare alla toilette ma non tanto lontano.

Ti hanno mai interrogata?

Sì ma è stata una cosa molto blanda. Nessuno voleva parlare con me, perché ero una donna, e solo nell’aprile 2011 questo Abu Walid mi diede la possibilità di raccontargli la mia vita. La “chiacchierata” era mirata… Loro volevano sapere come avevo fatto ad avere il visto, perché ero lì e se conoscevo qualcuno. Io dissi di essere una semplice turista a cui piaceva il deserto.

Ti hanno mai spiegato perché sei stata rapita?

No, ma era chiaro che per loro ero un problema in quanto donna che era da sola; mi dissero solo che avevano avuto disposizione di prendere quello che capitava.

Come ti trattavano?

Con molta indifferenza, mi ignoravano.

È stato pagato un riscatto?

Non lo so, sempre questo Abu Walid mi diceva che per loro era fondamentale la liberazione di alcuni mujaheddin. Alì parlò telefonicamente a giugno con mia sorella dicendole di pubblicizzare la vicenda per smuovere qualcosa; lei gli disse che non sapeva come fare, e questo mi mandò in crisi. Poi mia sorella gli dette il numero della Farnesina, che lui chiamò molte volte, ma solo una volta gli risposero, dicendo che erano impegnati. Io non riuscivo a capire. Ma come? Al Qaida chiama il Governo italiano e gli rispondono che sono impegnati? A quel punto anche il sequestratore non capiva il perché di quel comportamento.

Si è parlato poco della tua vicenda, a livello mediatico, probabilmente era una strategia?

Sì, difatti così dicevano alla mia famiglia. Ho parlato solo due volte con loro: una prima volta il 17 Febbraio del 2011 con mia sorella, ma proprio trenta secondi, e poi ad aprile con mio figlio, quindi più niente. Comunque mi dissero che era in corso una trattativa col Presidente del Mali. Dopo 15 giorni arriva un mujaheddin un pochino più istruito e mi dice che l’accordo non è andato a buon fine perché l’Algeria non ha accettato le loro condizioni: avevano chiesto di liberare 3 persone in cambio dell’ostaggio.

Hai mai avuto paura di morire?

Sì, in ogni momento. La mia vita lì era molto precaria. Sono stata anche punta due volte dagli scorpioni.

Hai mai avuto paura che ti uccidessero?

No, intenzionalmente no, però poteva succedere perché loro facevano esercitazioni con le armi e partivano colpi continui. Una volta mi passò proprio davanti un proiettile.

Come passavi le giornate?

Loro erano veramente perfidi… cioè io ero più che un diavolo per loro, mi tenevano molto isolata, non parlavano. Non volevano darmi nemmeno l’acqua, me la razionavano, e io non mi sono potuta lavare i vestiti per due mesi, la testa me la sono potuta lavare due volte; proprio una situazione tragica! Alla fine di febbraio cominciò il caldo forte, veramente un caldo che io non avevo mai provato neanche in Algeria, e la cosa mi fece andare fuori di testa. Successivamente mi trasferiscono in un altro luogo e qui, dopo una settimana, incontro Abu Zaid, che è il capo di Al Qaida Maghreb islamico. Lui è l’ideatore dei rapimenti dei turisti. Registrano un primo video che dovrebbe essere stato mandato a Roma, anche se io non l’ho mai visto. Dopo due mesi cominciano ad arrivare diverse macchine lì e capisco che c’è un cambio di gruppo. In questo gruppo nuovo che arriva vedo che viene uno verso di me e mi dice: “Ca va?” Io non capisco e allora lui si scopre il viso e riconosco che è Abu Walid, quello a cui la sera del sequestro avevo detto: “Tu sei molto cattivo”, e a quel punto gli dico: “Mi chiedi come sto? Guardami!”
Fra l’altro capisco che si rivolge ai due francesi sequestrati nel mio stesso periodo … mi rincuoro!

Cosa accade da allora in poi?

Ai primi di giugno Abu Walid mi scrive (io gli avevo mandato una lettera per avere notizie perché era l’unico mio referente). Era lui l’incaricato alle trattative tra governo italiano e Al-Qaida, cioè faceva da tramite. Non ce la facevo più!
Successivamente muoiono tutti i capi arabi, dunque io non ho più referenti. In compenso alla fine di novembre arriva il capo del gruppo che mi aveva rapito. Da quel momento mi fanno telefonare il 4 Febbraio del 2012 obbligandomi a dire che sto bene, che sono viva e di non cercarmi più visto che l’Algeria ha detto all’Italia, stando alle loro parole, di non cercarmi più, che ero morta. Inoltre mi ordinano di parlare solo telefonicamente col mio babbo. Lui, appena sente la mia voce, non mi fa neanche parlare e mi passa mio figlio, loro se ne accorgono e riattaccano. Volevano parlare con un saggio, un anziano che avesse reciproco rispetto della parola data. Loro pensavano ci fosse un accordo interno, in realtà non c’era nulla. Dopo un mese mi fecero un video, in cui dovevo dire che stavo bene.

Come avviene la liberazione?

Un uomo mi viene a prendere, io non volevo andare (non mi piaceva) quindi dico: “No, non vengo, perché Ilias, responsabile del gruppo al momento non c’è!” A volte mi ribellavo! Per farmela pagare, quest’uomo mi scaraventa nel fossato. Dopo un po’, arrivano dei nomadi che mi portano da mangiare, la notte. E mi chiedono come mai ero lì. Non dormivo profondamente da 14 mesi! Io dico che non lo sapevo, che forse mi liberavano… La mattina presto arriva un pick–up con Ilias, che con me si era comportato bene, mi dava da mangiare. “Insomma”, mi chiede, “che fai qui?” E mi dice: “Bene, allora così torni a casa”. Gli rispondo che non ci credo fino alla fine. Dopo un po’ partiamo, io con altri 5 o 6 sequestratori, e succedono varie vicende. All’improvviso si fermano in un posto e mi fanno scendere sotto il sole; io avevo il terrore di stare al sole perché mi mancava il fiato. I sequestratori mi tenevano lì mentre scavavano e smontavano l’auto …. facevano di tutto per perdere tempo. Io mi facevo impacchi per sopravvivere al calore. Dopo che avevano fatto tutti i loro comodi siamo ripartiti e intanto lungo la strada io leggevo su dei bidoncini di pietra “Kidal 80”, “Kidal 60”, quindi si stava andando verso Kidal. Arrivati a Kidal ci restiamo una notte e la mattina dopo si riparte passando lungo il Fiume Niger, poi scendiamo verso Bamako.

Secondo te, c’era qualcuno di esterno a comandare il sequestro?

Non lo so ma secondo me erano tutti legati ad Al Qaida. Comunque, si resta lì per una notte, loro aspettano qualcuno, ma non arriva nessuno, io non capisco e chiedo spiegazioni. Erano molto arrabbiati. Mi rispondono che si deve tornare da dove siamo venuti, perché avevano bisogno di un’altra settimana … lì fu come se mi avessero rapito un’altra volta. Dopo un po’ arrivo in un posto nuovo pieno di macchine rotte, uniformi, cappellini verdi; era il posto in cui a gennaio/febbraio c’era stato uno scontro fra il Tuareg ribelli e l’esercito maliano. Ero in mano a 4 nuovi sequestratori della Libia, più inferociti che mai. Ero stanca, volevo farla finita! Dopo sei giorni arrivò un sequestratore per liberarmi, io ero molto scettica, comunque vedevo molte persone importanti. C’era un altro capo, penso Tuareg, di Kidal. Pensai:” Allora forse qualcosa succede.” Così fu, infatti si arrivò vicino a un villaggio, dove c’era una pista per atterrare. Però era tutto disabitato. Si fermò tutto il convoglio e si fermarono due pick-up. Io pensai mi volessero far fare da scudo umano. Non fu così, per fortuna! C’era un ragazzo a tenermi d’occhio e mi chiamava cane.
Mi passarono un italiano al telefono a cui io dovevo dire che non mi avevano toccata…
Questo mi disse: “Guarda siamo molto vicini e mi dice ‘Te come stai?’ ‘Non sto per niente bene, per cui fate alla svelta perché io non ce la faccio più e non fate come l’altra volta!’”

Chi è venuto a prenderti?

I militari del Burkina Faso, che hanno fatto da tramite.

Dove ti hanno portata?

A Ouagadougou, in aereo da Tessalit, con un volo non regolare. Poi la sera ho preso un volo per arrivare a Roma. Sono arrivata in Italia il 18 Aprile 2012, dove ho ritrovato i miei parenti (sorella, figlio e mia nipote). I festeggiamenti però sono durati poco perché mi hanno prelevato subito e portato per tre ore in Procura.

Quante volte le autorità sono venute, in seguito, a interrogarti?

Non molte, credo un paio di volte, sono venuti da Roma a San Casciano.

Com’è stato il ritorno alla normalità?

Nella vita di tutti i giorni ho ancora tante défaillance, io sento questa precarietà, l’isolamento, e in più, quando devo fare le cose alla svelta, sudo freddo.

Quando hai ripreso il lavoro?

Nell’aprile 2013, ma quella stagione lì è stata una tragedia. Non riuscivo a stare alla reception. Mi davano noia troppe persone, troppi compiti da svolgere contemporaneamente, avevo flash della prigionia.

Vorresti tornare da turista?

In Mali mai, in Algeria lo spero!

Hai mai più viaggiato all’estero da allora?

Solo in Europa.

Che differenza c’è tra la Mariasandra di ieri e quella di oggi?

Vedo le cose diversamente, mi accontento dell’essenziale e soprattutto ci sono delle cose che vorrei fare, ma non posso più fare (soprattutto per i miei genitori che ora sono molto anziani e che hanno risentito molto della mia vicenda). Abbiamo sofferto tutti in maniera diversa, solo che loro potevano condividere la sofferenza. Io ero sola e dovevo sopportarla tutta dentro di me.

Perché secondo te è importante parlare di questa tua vicenda?

È importante secondo me per sensibilizzare le persone. E per far sapere che il coraggio in quei frangenti ti viene, perché se ti lasci andare è finita! Poi diciamo che, anche se apparentemente potevo non avere più speranza, dentro c’era qualcosa che mi spronava ad andare avanti, visto che in quella situazione o ti lasci morire subito o prevale la voglia di farcela. Questi sono eventi che possono succedere in qualunque posto, a qualunque persona, per cui non dobbiamo giudicare ed essere superficiali, ma dobbiamo guardare il lato umano.

E ricordarsi che purtroppo il terrorismo è una piaga dei nostri tempi e si può trovare coinvolto chiunque!

Certamente; io da allora non sopporto più, infatti, discorsi che sminuiscono o in qualche modo giustificano il ricorso al terrorismo!

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