Coronavirus, Storie di Ordinaria quarantena (4). Alessio, insegnare significa anche portare insieme il peso del momento

“Quando rientreremo in classe, mi piacerebbe sapere come i miei alunni hanno vissuto questa esperienza, cosa ne hanno tratto, al di là di ciò che hanno studiato o meno. Tutte le esperienze lasciano un segno nella vita di ognuno, nel bene e nel male, e insegnare significa anche portare insieme il peso di certi momenti”.
Scrittore, Direttore di NpsEdizioni e Presidente dell’Associazione Nati per Scrivere. Oggi intervistiamo Alessio Del Debbio, ma in un’altra veste, quella di professore. Una professione che, per tutti, si è spostata dalle aule di una scuola al dietro di uno schermo di pc, per non far perdere completamente i programmi ai ragazzi grazie a una nuova dimensione che è la videolezione. Come va avanti l’insegnamento in Italia? E come si può leggere tutto questo? Ce lo racconta Alessio Del Debbio in un’intervista davvero interessante.
Buongiorno Alessio, tra le tue varie vesti, da un anno insegni anche a scuola. Il tuo settore è stato il primo in cui sono stati presi provvedimenti seri riguardo al contrasto del virus, come avete preso e appreso la notizia?
“Buongiorno, amici de “L’Ordinario”, e grazie per l’ospitalità.
“Dunque, la paura per una sospensione dell’attività didattica, e quindi per un’emergenza nazionale, aleggiava nell’aria da qualche giorno, come uno spettro che nessuno voleva vedere, finché, mercoledì 4 marzo, non è arrivata la conferma ufficiale, lasciando tutti con un gran dispiacere, ma anche con un invito a riflettere sulla serietà del momento”.
Il comparto scuola si è attrezzata per fare lezione on line, quali sono pregi e limiti di questo sistema, davvero si può recuperare qualcosa in questo modo e, sopratutto, funziona o gli alunni sono ancora meno attenti?
“La didattica a distanza ha il pregio, indubbio, di permettere di proseguire le lezioni, di non perdere il contatto con gli studenti che, data la loro giovane età, sarebbero portati a non fare niente, a stare quasi in vacanza. Invece, in questo modo, continuando a inviare compiti, a “vedersi” nelle videolezioni, il contatto umano non sparisce del tutto e gli alunni sono continuamente messi alla prova. Certo, manca il contatto diretto, la dimensione umana del vedersi faccia a faccia: inutile nasconderci, lo schermo è uno schermo e non potrà mai rappresentare la genuinità di un sorriso, di una risata, di un abbraccio (senza contare l’obbligo degli studenti di stare fissi al computer!). Però, alla luce della gravità della situazione, è quanto di meglio la scuola italiana possa offrire per proseguire nella sua opera di istruzione e formazione dei ragazzi di oggi e non lasciarli da soli”.
Se davvero le scuole rimanessero chiuse fino a dopo Pasqua come pensi si possano davvero recuperare i programmi? Avete avuto ragguagli su questo o è troppo presto?
“Per il momento tutto è ancora nebuloso anche se temo che non torneremo a scuola prima di Pasqua e, a quel punto, i programmi scolastici saranno praticamente bruciati. Un vero peccato, soprattutto per classi che stavano viaggiando molto bene e in cui ci sarebbe stata la possibilità di fare qualcos’altro, di andare un po’ oltre i programmi ministeriali. Al tempo stesso, ritengo che non occorra fossilizzarsi troppo, vista la gravità della situazione nazionale e mondiale, e ciò che è importante è garantire la continuità dell’istruzione, offrire spunti di riflessione, far lavorare la mente e la creatività degli studenti”.
Ti sembra che gli studenti, ma i ragazzi in genere, abbiano capito il momento delicato che il Paese sta attraversando?
“Difficile dirlo, i ragazzi, in piena adolescenza, sono molto diversi tra di loro, anche se a volte ci passano solo pochi mesi tra uno e l’altro, sembrano distanze abissali. C’è chi è più ingenuo, più bambino e sognatore, e magari non si rende conto della difficoltà (non solo sanitaria, ma anche sociale, economica) del Paese; chi è più acuto, sveglio, e capisce e cerca di fare qualcosa, nel suo piccolo, per non rimanere indietro, per offrire il suo contributo alla salvezza dell’umanità, che, ricordiamo, passa anche tramite istruzione e cultura; chi, infine, tende a fregarsene e vive la cosa come una vacanza, atteggiamento disilluso che si riscontra in alcuni giovani e che va combattuto, anche e soprattutto con l’appoggio delle famiglie, per ricordare a questi ragazzi che non solo soli, con i loro problemi: non devono rimanere chiusi nel loro mondo, ma ci sono persone disposte a stare loro accanto, a volte anche in silenzio, per condividere la solitudine e, chissà, magari trasformarla in un dialogo, in un nuovo modo di scoprire e vivere la vita”.
Da formatori, che cosa direte loro su tutto quanto accaduto, una volta tornati in aula?
“Mi piacerebbe sapere come hanno vissuto questa esperienza, cosa ne hanno tratto, al di là di ciò che hanno studiato o meno. Tutte le esperienze lasciano un segno nella vita di ognuno, nel bene e nel male, e insegnare significa anche portare insieme il peso di certi momenti”.
Hai voglia di dire qualcosa, lanciare un messaggio ai tuoi studenti?
“Bella domanda. Vorrei evitare slogan stucchevoli e fasulli, che infondono solo false speranze, perché, inutile nasconderlo, non va affatto tutto bene. Non in Italia, non nel mondo, non in questo momento storico. E nasconderci dietro arcobaleni colorati equivale a mettersi due fette di salame sugli occhi, con la non poca differenza che quest’ultime almeno sono buone”.
“Direi loro di continuare a lottare, di continuare a vivere, perché la vita va avanti, sempre e comunque, con il buono e il cattivo tempo, e non si fermerà per una pandemia, per una quarantena, per una sospensione dell’attività didattica. La vita è oltre, e ognuno di noi, a modo suo, ne saprà cogliere il valore, la bellezza, l’importanza, quando sarà consapevole abbastanza per aprire gli occhi e afferrarla e farla sua. Fino a quel momento, stringiamo i denti e combattiamo”.
Grazie!

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