Intervista-omaggio a Francesca Duranti, un ritratto di Signora attraverso la Storia

Charles Dickens, in gioventù, lo leggeva, ma, a differenza dello scrittore inglese, lei non avrebbe mai potuto scrivere un romanzo sociale, parlando dei ceti economici svantaggiati e dei soprusi da loro subiti nella Londra dell’Ottocento.

Perché “Scriviamo bene se leggiamo bene, ma soprattutto se scriviamo di ciò che conosciamo meglio” .  E perché lei, all’anagrafe Maria Francesca Rossi, ha conosciuto bene, in fondo, solo mondi “alti”.

Quello dell’alta borghesia mercantile genovese; quello del mecenatismo e dell’imprenditoria culturale; quello della politica e della giurisprudenza.

Quelli in cui è cresciuta, che ha respirato sin da piccola, che ha vissuto nei racconti di genitori e avi.

Li ha assorbiti, questi mondi, e li ha restituiti sotto forma di romanzi; e lo ha fatto assai bene, a giudicare dal palmares e dal numero di lingue in cui è stata tradotta. Contribuendo a farla conoscere, dovunque, col nome con cui quei romanzi li ha scritti.

Quello di Francesca Duranti.

L’incontro si svolge a Villa Rossi, a Lucca, dove Francesca trascorre il suo buen retiro, tutt’altro che ozioso, come vedremo. Ma già il luogo in cui siamo dice molto di lei e della sua biografia. La villa, infatti, è una residenza storica lucchese del Cinquecento con un parco che si perde a vista d’occhio, un loggiato sontuosamente affrescato, un salone da ballo immenso; e ancora oggi viene usata come location per cerimonie, matrimoni in primis. Il primo proprietario, la persona per cui fu costruita, fu Francesco Burlamacchi, un lucchese visionario che sognava di introdurre anche da noi la Riforma Protestante e di combattere lo strapotere di Firenze. L’ultimo fu Paolo Rossi, il padre di Francesca. Acquistò la villa nel 1940 per allontanare la famiglia dai bombardamenti che stavano devastando Genova, la città dove la scrittrice era nata e dove non sarebbe più tornata a vivere.

Antifascista storico e perseguitato dal regime, attivo nel salvare molti giovani, non solo ebrei, dalle retate dei nazisti, che per mesi avrebbero assediato la Villa e che lo avrebbero costretto a nascondigli e fughe rocambolesche, Paolo Rossi, dopo la Guerra, diventerà – oltre che avvocato e Professore di Diritto Penale – deputato all’Assemblea Costituente, più volte Ministro, Giudice e poi Presidente della Corte Costituzionale.

Oggi Villa Rossi custodisce i cimeli della Duranti. Le traduzioni, ben 18, compresa una “pirata” in bulgaro, e i premi: tra gli altri il Bagutta, Martina Franca, Basilicata, Super Campiello, Città di Milano, Hemingway, Rapallo, Castiglioncello, Selezione Bancarella e inoltre, in Francia, il Prix des lectrices de «Elle» (Rouen).

Premi e traduzione che lei mostra con orgoglio e senza spocchia; d’altronde, dalle sue origini ha attinto classe e signorilità ma anche praticità. Quella con cui ti “impone” di passare subito al “tu”, ti prepara un caffè, ti spiega di quanto siano redditizi i matrimoni che ospita; quella con cui, raccontandosi, ribalta completamente i cliché con cui siamo portati a immaginare gli scrittori e gli artisti in generale; quella con cui espone i tratti salienti dell’iniziativa a cui oggi tiene di più, il Premio Voltaire.

Il resto lo lasciamo a quella che, più che un’intervista, si trasforma presto in una chiacchierata; non priva di sfrontatezza, di ricordi dolci e amari, di sorprese, di vivacità.

Francesca, partiamo dalla casa in cui ci troviamo…

Ci sono venuta nel 1940, avevo solo cinque anni. Ci sono cresciuta. Qui intorno, quando siamo venuti noi, era praticamente disabitato. I ricordi indelebili sono quelli dell’occupazione del parco da parte dei nazisti, che stavano accampati in giardino. E mio padre era nascosto in casa perché aveva una taglia sulla testa, anche se una volta riuscì a sgattaiolare fino a Barga. Ricordi davvero difficili da dimenticare. Ma chi metteva veramente paura ai tedeschi era mia madre, Giuseppina Bagnara detta Giugi, un tipetto tosto.

Una foto di Villa Rossi, la dimora storica di Francesca Duranti_Ph. sito Villa Rossi

Sei sempre stata orgogliosa dei tuoi genitori?

Sì, di tutti e due, forse di mamma ancora di più. Mia madre era coraggiosa, senza peli sulla lingua, intelligente. Mentre il papà era bello, era simpatico, piaceva a tutti. Era antifascista, lo era stato sempre, fin dall’inizio, non come tanti che lo sono diventati a fascismo finito. Da queste vicende ho tratto spunto per il mio primo romanzo del 1976, “La bambina”, edito da una piccola casa editrice, che aveva una tiratura molto limitata. Però ancora oggi viene studiato come esempio di romanzo autobiografico.

Che famiglia era quella di tua madre?

Erano per metà genovesi e per metà biellesi. La parte genovese erano i Bagnara, un’importante famiglia di commercianti del legname. Attilio Bagnara, il proprietario dell’azienda, sposò Marta, sorella di Riccardo Gualino, discendente di una famiglia di orafi biellesi. In tutto questo racconto è pleonastico riferirsi all’agiatezza economica di entrambi i rami. Per spiegarti chi è stato Riccardo Gualino, mi basterà dirti che fu uno dei più importanti mecenati e collezionisti d’arte italiani e in seguito uno dei maggiori importatori di carbone dagli Stati Uniti, un gigante della chimica con la Lubianca, e quindi uno dei primi produttori cinematografici italiani, fondando la Lux Film.

La villa e i luoghi della tua vita, della tua famiglia, tornano spesso nei tuoi romanzi…

Scriviamo bene se leggiamo bene, ma soprattutto se scriviamo di ciò che conosciamo meglio. Io poi non mi sono mai considerata particolarmente esperta in nulla, però a un certo punto mi sono appassionata alla scrittura narrativa, ho visto che mi veniva bene, e anche quando i personaggi erano del tutto inventati risentivano comunque delle atmosfere e dei panorami dei luoghi che conoscevo e delle aspettative, delle convenzioni sociali, dei comportamenti della mia famiglia o di altre analoghe per cultura, ceto, frequentazioni.

La stessa cosa si può dire in generale di Genova, che pure hai lasciato da bambina? L’ultimo tuo grande romanzo del 2003, “L’ultimo viaggio della Canaria”, è un grande affresco familiare che si snoda dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri.

Sono partita dai racconti della mia bisnonna e ho cercato di trasmettere quanto il naufragio della Canaria, il veliero gioiello della Bianchi Navigazione, abbia cambiato le sorti delle famiglie di Genova dai cui incroci, alla fine, sono nata io.

Dietro c’erano storie d’amore temerarie, la modernizzazione dell’Italia che Genova tentò in qualche modo di guidare, il mito di Garibaldi sostenuto dagli uomini e “compensato” dalla presenza delle donne alle funzioni religiose, e tanto altro ancora. Insomma, una saga familiare ma anche storica.

Perché hai spesso fatto la spola fra Villa Rossi, Milano e New York?

Avendo avuto la fortuna, come puoi vedere anche da questa casa, di non avere particolari assilli economici, e avendo poi fatto un mestiere, come quello della scrittrice, che si muove con te, sulle tue ginocchia, e che non ti costringe a stare fissa in un posto, ho sempre preferito muovermi, andando a vivere in città piene di stimoli culturali, di conoscenze importanti, e in fondo anche adatte per l’attività di promozione dei libri, resasi necessaria da quando è cominciato ad arrivare il successo. Comunque a New York avevo un piccolo appartamento, grande quanto una stanza di questa villa. I miei libri, almeno all’inizio, erano più apprezzati là che in Italia. “La casa sul lago della luna” ebbe una recensione prestigiosa sul “New York Times”. Anche l’appartamento di Milano non era grande. Di Milano mi ricordo le serate trascorse a casa di Giorgio Bocca, cosa che mi hanno reso poi inspiegabile il fatto di non essere mai stata recensita da “La Repubblica”. Potrebbe essere stata la gelosia della moglie di Giorgio, che aveva velleità di scrittrice mai soddisfatte.

Ti piaceva andare in giro per il mondo per promuovere i tuoi libri e per ricevere premi?

Mi piaceva sì, mi invitavano a parlare di me stessa, l’argomento che mi interessa di più; mi coccolavano, mi pagavano il viaggio, mi ospitavano in bellissimi alberghi. Perché non avrebbe dovuto piacermi? Pensa che mi hanno invitato anche due volte in Australia. Per fare “marchette”, nel senso più nobile del termine, ovviamente. D’altronde, sin da giovanissima, sono stata abituata, anche mentalmente, all’idea di muoversi, di viaggiare, di non avere un unico luogo. Altra cosa che faceva piacere erano le traduzioni dei miei libri. Una volta un mio amico, Dio lo perdoni, si trova a caccia in Bulgaria. Capita in un luogo dove ci sono riviste e le sfoglia per passare il tempo, anche perché non legge il cirillico. Vede una foto familiare e dice: “Quella mi pare la Duranti”. Era una rivista di narrativa che conteneva una traduzione pirata de “La casa del lago sulla luna”. Pirata perché ovviamente non autorizzata da nessuno.

Perché ti sei firmata Francesca Duranti?

Duranti è il cognome del mio secondo marito, perché io ho scritto mentre ero sposata con lui. Era anche un modo di dirgli che potevo scrivere e anche avere successo, ma questo non mi impediva di essere sua moglie, di fargli da mangiare, di stare con lui fedelmente. Ma quando lo ha saputo, pur essendo un avvocato di successo, non l’ha presa bene, per usare davvero un eufemismo; si è ingelosito, se ne è andato e da allora non l’ho più rivisto.

Gli scrittori sono narcisisti?

Certo, non esiste scrittore che non sia un narcisista inenarrabile. Se pretendi che qualcuno spenda i suoi soldi per comprare il tuo libro e spenda il suo tempo per leggerlo lo devi per forza essere.

Molti scrittori sembra quasi che si dispiacciano di vendere…

Ma figurati, io non ci penso neanche; e ti dirò che quelli che dicono che a loro le vendite non interessano sono quelli che non vendono. La favola della volpe e dell’uva. Io sono contentissima di vendere; e saper vendere libri si chiama successo. Mentre invece vincere i premi mi ha fatto bene all’ego. Infatti li tengo qui, tutti insieme.

C’è un premio che ti ha particolarmente fatto piacere ricevere?

A me ha fatto molto piacere ricevere il Bagutta, perché era – adesso non esiste più, neanche il ristorante – un premio da un certo punto di vista popolare. Questi baguttiani, questo gruppo di frequentatori consueti del ristorante Bagutta, interessati alla letteratura, in primis Mario Soldati e vari critici, avevano scelto di fare un concorso che era una via di mezzo fra un premio di Accademia e un premio invece scelto dai lettori. Un mix fra giuria popolare e giuria di qualità. Era originale, poi ci trovavamo in un bel ristorante…

È vero che hai imparato il tedesco prima dell’italiano?

Non solo, ma ho imparato perfino il francese quasi prima dell’Italiano. In casa avevo una signorina svizzera che mi badava e mi parlava in tedesco; mentre con i miei genitori parlava francese. Saggiamente, ne era stata scelta una che non proferisse una parola di italiano. A questo ti aggiungo, a dimostrazione di un certo bernoccolo per le lingue straniere, che contemporaneamente i miei cugini, che venivano a giocare sempre a casa mia fin quando siamo stati a Genova, avevano una nanny inglese; con loro parlavo inglese e ho imparato anche quello.

Un vezzo di quegli anni?

Beh, ho scritto dei romanzi su una delle prime macchine da scrivere elettrica, una specie di computer Olivetti. Regalatami dalla famiglia Olivetti!

Mi risulta che tu abbia tradotto Virginia Woolf.

Sì, solo quella, ma poi non ho fatto altre traduzioni, una palla spaventosa.

Traduce libri, dal tedesco, anche il protagonista de “La casa sul lago della luna”, del 1984, che ti porta al successo planetario. Il suo sogno è vedersi riconosciuto come germanista. Apparentemente una storia che più di nicchia non si può, eppure la gente ci si appassiona in tutto il mondo e comincia l’epopea di Francesca Duranti. Ti ha stupito?

Il libro della svolta, che è stato tradotto anche in egiziano! E in bulgaro a mia insaputa, come dicevamo prima! Sì, mi ha abbastanza stupito, però va detto che ci sono anche altri ingredienti del protagonista che intrigano: il rapporto immaturo e irrisolto con le donne, in particolare con una che è una specie di strega, il viaggio letterario, il non sapersi di fatto più riprendere dalla fine della condizione privilegiata dell’alta borghesia a cui apparteneva, a causa del fallimento economico. E forse anche il fatto che alla fine, per quanto io lì non sia così esplicita, lui si lascia morire. Arrendendosi alla vita che non è in grado di affrontare perché non sa fare altro.

Come mai hai iniziato “tardi” a scrivere?

Non lo so, prima non mi era venuto nulla in mente da scrivere, poi mi è piaciuto e l’ho fatto. Da lì ne ho scritti molti altri e poi basta. Poi non ho più avuto voglia, adesso non li leggo e non li scrivo più. Dopo aver scritto l’ultimo nel 2006 sono tornata stabilmente a Lucca e mi sono detta: “Adesso non sono più una ragazzina, sono cresciuta e non mi interessa più la costruzione romanzesca o la metafora”. Mi interessano la verità, mi interessano i saggi, ma siccome i saggi non li posso scrivere perché non ho competenza in nulla ho ideato il Premio Voltaire per la Saggistica.

In cosa consiste?

Lo organizzo qui in Villa dal 2012, e nella scelta del nome mi sono ispirata al noto motto del filosofo “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”. Per me è il simbolo della tolleranza e infatti qua dentro tutte le idee e le visioni, anche se non coincidenti con le mie, sono accolte. In sostanza, se vedo che in tv c’è qualcuno che argomenta una tesi con capacità persuasoria o ha scritto un libro intrigante oppure è un giovane che promette bene io lo invito a tenere una conferenza o a presentare un libro, e poi restiamo a cena. Chi vuol partecipare alla cena mi sgancia 25 euro e io con questi soldi copro le spese dell’assegno, cioè del premio. I partecipanti sono diversi, e i soci che hanno partecipato ad almeno cinque serate hanno diritto a esprimere un voto che decreta il vincitore. Le serate sono molte, anche perché il concorso si snoda lungo otto mesi. Tra i vincitori ci sono nomi del calibro di Ernesto Galli della Loggia, Carlo Panella, Khaled Fouad Allam e Antonio Polito.

Perché questa virata verso l’attualità?

Perché sta succedendo di tutto, il mondo è diventato piccolissimo e sembra governato da irresponsabili, e poi c’è questa questione dell’immigrazione, che l’Europa, con atteggiamento unfair e ipocrita, ci lascia da soli a governare. Giusto soccorrere chi sta per annegare viaggiando su una barchetta di fortuna, ma se ogni volta questo avviene sulle coste italiane qualche sospetto mi viene.

Citando i termini del noto saggio di Umberto Eco dedicato alla tv, tu non mi pari per niente “apocalittica” rispetto alla tv, come tanti intellettuali che la disprezzano. Anzi, mi sembri piuttosto “integrata”. Sbaglio?

Io la adoro la tv, e in casa ho sin dall’inizio Sky, perché mi dà la possibilità di vedere tutti i canali del mondo. Parlo tre lingue straniere e quindi non sono costretta a vedere solo i canali italiani, ma mi sintonizzo anche su Cnn, France 2 e sul canale di Stato cinese che ha i sottotitoli in inglese. Trasmettono dei dibattiti interessanti e soprattutto ti rendi conto immediatamente di quel che succede in tutto il mondo. D’altronde, se uno è una persona intelligente trova cose intelligenti, se è un cretino trova cose cretine. Affinità elettive.

La chiusura, per Francesca, è con Goethe, ma a me viene in mente Oscar Wilde.

Ho dei gusti semplicissimi, mi accontento sempre del meglio.

Grazie, Francesca.

 

 

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