Gaia Nanni intervistata da un suo vecchio “prof”

Il ritratto umano e professionale di una delle attrici italiane più promettenti.

Dunque, dove eravamo rimasti?
(Enzo Tortora)

Leggere la biografia artistica di Gaia Nanni, per qualità e quantità delle performance, fa rimanere increduli, soprattutto pensando che stiamo parlando di una donna nata nel 1981. Non si contano le produzioni in cui è stata protagonista, spaziando da Re Lear a Il Mistero dell’assassino misterioso, dal Candido all’Aida diretta da Ozpetek, senza dimenticare (l’elenco esaustivo, che peraltro si trova sul sito www.gaiananni.it, sarebbe troppo lungo, e nelle citazioni si compie sempre qualche peccato di omissione) La parola ai giurati e Camera con Crimini. Anche se è La meccanica dell’amore, una commedia scritta e diretta da Alessandro Riccio in cui Gaia interpreta un robot, ad averla consacrata come artista completa, tanto da farle ricevere, nel 2013, la candidatura ai Premi UBU come Migliore Attrice.

Che bell’idea fare l’attrice, ti prendi la storia che vuoi, i personaggi che vuoi, qualche volta fai finire la tua storia come vuoi.
Ti fai amare, ti puoi far baciare e lasciare, puoi nascere e morire mille volte, ridere e piangere e poi torni a casa.
(Monica Vitti)

Ecco allora che scopriamo questa stra-ordinaria attrice in un modo divertente, ovvero facendola intervistare dal nostro Andrea Pannocchia, che di Gaia è stato “Prof.” all’università.
Ripartono da lì, incontrandosi al termine della presentazione della quarta edizione del Montelupo Fiorentino International Independent Film Festival, della cui giuria Gaia ha fatto parte.

Il sorriso contagioso, la schiettezza, la fiorentinità, l’avvenenza, l’essere alla mano (caratteristiche palesate spesso anche in post esilaranti e sfacciati su Facebook) sono quelli di sempre. E, complice la vecchia conoscenza, inizia una conversazione a ruota libera, a tratti un botta e risposta “provocatorio”, che intreccia lavoro e vita privata.

Gaia, dove eravamo rimasti?

In una posizione “subalterna”, la mia, perché io ero un’allieva e tu il Docente del Laboratorio di Scrittura presso il Corso di Laurea triennale in Media e Giornalismo.

E dopo la laurea?

La laurea è il pezzo di carta con cui ho cercato di non deludere nessuno, ma poi arriva il momento straordinario in cui si dice: “Scusate, vorrei capire esattamente cosa voglio fare nella mia vita”. Da allora sono tornata alla mia grande passione, che è il teatro.

E quando questa tua grande passione è diventata un lavoro?

Ho iniziato a lavorare laddove c’era lavoro. Una delle prime cose che mi viene da dire agli artisti che vorrebbero diventare tali è: “Non lavorate mai gratis, cercate sempre di nobilitare il vostro lavoro, anche se sono pochi soldi però pretendeteli”, perché sennò circola una nomea strana, “tanto quello te lo fa comunque”, e poi subentra lo smarrimento esistenziale di non sapere perché vieni ricercato, se perché sei bravo o perché non costi nulla.

E sei diventata un’attrice lanciata. Ma da alcuni anni sei anche una mamma di due gemelli… non è da tutti!

No, non lo è. Non è semplice…

Mi pare quasi che tu ne faccia un punto di forza, cioè non solo sei felice come ogni mamma di avere dei figli ma sembra proprio che questo ti abbia aiutato nella vita…

Questa è una cosa verissima. Per i lavori artistici in particolare, dove è facilissimo cadere in paranoie, in dispercezione della realtà, in trip egoici, avere una famiglia, avere delle cose fondamentali a cui pensare, ti permette di lavorare meglio. A un certo punto dici: “Ok, si apre il sipario, sono dietro una quinta nera, sto per esibirmi, sto per uscire”. Qualcuno, magari con una voce sussiegosa, ti dice: “C’è il critico in terza fila” ma io penso ai miei figlioli e vado a fare il mio lavoro.

Compagno o marito?

Compagno, sono al nero…

Dell’ambiente?

Non c’entra nulla, fa l’enologo, e questo anche mi salva moltissimo, perché gli artisti spesso, se hanno qualcuno restituito all’uso accanto, cioè una persona pratica, concreta, razionale, si salvano.

Perché loro, a differenza degli artisti, lavorano?

Anche l’artista lavora come un ciuco, però ad esempio se uno è perso nella sua ricerca del personaggio o nei suoi trip artistici a un certo punto c’è bisogno di chi ti prende per un polso e ti dà uno strattone dicendoti: “Oh, c’è da preparare lo zaino a Giulio, oh, c’è da fare il bagno a Dario, oh c’è da andare a raccogliere pomodori nell’orto”.

Altrimenti avresti la tendenza a considerarti un’artista non sfiorata dai problemi del mondo?

Io sono molto pratica, di mio, ma ci sono dei momenti in cui è inevitabile che uno sia completamente assorbito da quello che sta facendo. Penso ai momenti particolari, come i debutti, la ricerca dei personaggi, lo studio di un nuovo copione, specialmente nel teatro, e in quei momenti non si può pensare ad altro. E avere qualcuno che ti riporta ai fatti, alla quotidianità, è una salvezza.

Che origini ha la tua famiglia?

Una famiglia spaccata a metà, la parte della mia mamma è popolare, di San Frediano. Hanno vissuto l’alluvione, hanno fatto la fila alla mensa dei poveri. La parte di mio padre è una famiglia borghese, oltretutto fatta di grandi nomi nel campo della musica classica, come il mio bisnonno, Vito Frazzi, un compositore molto noto, o i gemelli Antonio e Andrea Frazzi, che erano registi. Quindi ambienti molto ricercati e, se vogliamo, molto elitari. Mamma e babbo si sono lasciati tre anni fa, però si sono trovati bene, e questo mi ha permesso di essere entrambe le cose; con una propensione maggiore però verso la mamma operaia che votava Rifondazione Comunista.

Un po’ viene fuor sta cosa, perché tu sei indiscutibilmente fiorentina, e per certi aspetti il prototipo della fiorentinità, ma sei un’attrice assolutamente nazionale, cioè non sei la fiorentina autoreferenziale che capiscono solo a San Frediano, anche come modo di fare…

Se c’è un genere che non ho mai affrontato è il vernacolo, ed è strano perché quando uno parte con la passione teatrale nella propria città spesso ne indaga la parte più popolare. E invece ho sempre fatto teatro di posa più classico, e mi sono buttata subito sul nazionale, anche perché se c’è una cosa che mi ha insegnato la mia famiglia è che qualsiasi sia la tua scelta, con quella scelta ti ci devi mantenere. E il teatro è una cosa seria.

Come costruisce un personaggio Gaia Nanni?

Dipende dai personaggi. È un viaggio meraviglioso, anche perché non è scritto da nessuna parte che ti capiti un personaggio che ti piaccia. Spesso interpretiamo sul palco personaggi che non condividiamo, dei mondi emotivi anche orribili, non necessariamente simpatici, ed è lì che il gioco si fa divertente. Poi io sono anche una caratterista. Per intendersi: Tony Servillo è un attore che ogni volta è diverso, Margherita Buy tenderà sempre a rifare quello che è nelle sue corde, tipo la donna nevrotica. L’attore caratterista in teatro è capace di inglobare in sé, nel suo lavoro di ricerca teatrale, dei caratteri. Ad esempio, nella disperazione dei registi, a volte manca una donna anziana, zoppa, bergamasca. E chi si chiama in questi casi? Si chiama la Nanni! Ma la cosa bella è cercare di uscire dalla macchietta, cioè di rendere quel mondo emotivo, quel mondo socio-culturale lontano da te, tuo.

C’è questa difficoltà per un artista a essere percepito come un lavoratore?

Sì, ma ancora oggi io ho partita Iva e sono nel settore “altro”, al pari delle escort. Ancora oggi io non riesco ad avere una determinazione professionale. Lo stesso in banca; quando riempio tutti i moduli al mestiere devo scrivere “altro”.

In passato sei stata capace di interpretare, nella stessa stagione e a tratti in contemporanea, ben otto ruoli in altrettante produzioni teatrali. Non ti offendi se ti si definisce “eclettica”?

Guarda, in realtà sarebbe meglio due spettacoli fatti girare bene, con tante date, che otto tutti insieme. Il lusso per un attore è di approfondire di più due personaggi piuttosto che farne otto. E lavorare meno e meglio, guadagnando di più.

Si ha una visione non corretta di cosa significa essere attore?

Certo! L’attore professionista prima di esibirsi lavora due mesi a otto ore al giorno, tutti i giorni. Lo sappiamo? E che nelle otto ore in cui è a casa studia? Non ce lo immaginiamo. E se uno viene assunto e non è Lavia porta a casa 1.500 euro in un mese! E la minima sindacale per replica sono 60/80 euro.

Il teatro è un mestiere difficile?

È un mestiere che costa tanto sacrificio, in primis la vita privata, perché si lavora quando altri si divertono, al pari dei ristoratori, e nei weekend si è in scena a regalarsi e a darsi agli altri. Poi si è molto legati, non essendo attori di Cento vetrine, ai fondi ministeriali, al MIBAC, e non sempre il nostro Paese fa tanto per la cultura. Però se si è ostinati e si ha questa vocazione è il lavoro più bello che si possa fare.

Ma tra poco ci sarà una Nanni in versione cinematografica, e non in una produzione da poco. O mi sbaglio?

Sì, quest’anno ho lavorato con Leonardo Pieraccioni, un uomo straordinario di cui posso parlare solo bene! Mi ha seguito in alcuni dei miei lavori in teatro e quando poi si è trovato a ricercare una “escort balbuziente” per il suo film a chi ha pensato? Alla Nanni! È una piccola parte da caratterista, ma la felicità di averci lavorato assieme è tanta.

Lo spirito ti salva?

Ma sì, ragazzi, la vita è veramente grande. In tutti i suoi aspetti. I momenti più belli della mia vita sono stati quelli del “E adesso come cavolo si fa?”; in qualche modo la soluzione si trova sempre! Quando sono rimasta incinta, non era voluto, e si pensava fosse uno e poi erano due, oppure la separazione recente dei miei genitori… il fatto di dire “in qualche modo si fa” è un’eredità che mi ha lasciato mia madre e che mi lascia ogni giorno. Da combattente popolare e popolana.

Cosa c’è di Gaia nei tuoi personaggi?

Secondo il mio punto di vista sul lavoro dell’attore dovrebbe esserci il meno possibile. Se Gaia va in scena con un personaggio che si chiama Rosetta e che è una servetta bergamasca, di Gaia non ci deve essere nulla. C’è tanto di Gaia nella professionista. Io sono una persona che tende a studiare molto e a non lasciare nulla al caso. Quindi c’è molto di me nella preparazione, nella disciplina, nel rigore. Nei personaggi che interpreto si spera ci sia poco perché non vedo perché la gente dovrebbe pagare un biglietto per venire a vedere me. Piuttosto mi invitino fuori a bere una birra. Io spero che la gente paghi il biglietto per vedere il lavoro che offro.

Hobby e passioni extra teatro?

Sono cambiate molto da quando ho due bambini piccoli, ora il tempo libero lo dedico tutto ai miei figlioli. Però sono molto appassionata di cucina, cioè mi piace cucinare, mi piace mangiare, bere; ma anche ubriacarsi, ridere, essere in grazia di Dio.

Sei molto attenta ai temi sociali!

Ho un rapporto ormai consolidato con l’Associazione Trisomia 21 che si occupa dei bambini down, ed è un mondo che mi ha dato e continua a darmi un qualcosa che nemmeno immagini. E, in generale, il teatro che mi interessa di più è il teatro di indagine; se potessi mettere in scena le donnine che incontro sull’autobus, o i pensieri dell’autista dell’autobus che si alza alle 5 del mattino, sarei una donna piena e un’attrice soddisfatta!

Che bella idea, fare l’attrice…

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