Filippo Brancoli Pantera, un fotografo di confine tra Lucca e il mondo

Voi sareste in grado di definire la differenza che passa tra ESSERE un fotografo e FARE il fotografo? Una, nessuna, centomila? Dipende dal fotografo.

Mi torna alla mente una frase che mi fu detta la prima volta che misi piede, come volontaria, in un luogo decisamente speciale, nel senso di fuori dall’Ordinario, una casa-accoglienza per detenuti in pene alternative. “Che cosa devo fare?”, chiesi al responsabile come prima cosa, nella mia banale corsa all’utilità. “Devi innanzitutto imparare a STARE, NON a FARE. È nello STARE il difficile, nell’essere, nel rimanere. Il fare è la parte più facile”, mi rispose.

Ecco, credo che il senso della fotografia di Filippo Brancoli Pantera, fotografo di fama internazionale e lucchese di nascita, tra le varie, finalista nel 2010 agli International Photography Awards con uno dei suoi ritratti inserito tra i venticinque migliori del nuovo millennio, sia un po’ questa. L’essere, lo stare. E poi fotografare.

Classe 1978, un nonno che, appena diciannovenne, ha fatto la campagna di Russia come fotografo, amante del cinema, dell’arte, dei libri, di lupi e di cavalli, Filippo è soprattutto un artista di confine, non nel senso di limite, ma nel senso letterale latino cum finis, che nessuno usa mai, cioè un artista “che ha un confine, un lato, in comune”. Con qualcosa o qualcuno è sottinteso. Tra il suo dentro e il suo fuori, tra un paese e l’altro, tra lui e le altre persone, talmente di confine che non riesce a stare fermo nemmeno quando è seduto su una sedia, tanto l’anima scuote e …confina. (Lo noterete nell’intervista video ndr.). E’ un artista, lo deve fare. Vero. Non sempre però questo si traduce bene anche in immagini. Dal suo primo corso di fotografia, lasciato prima della fine perché non “soddisfacente”, al primo “reportage” fatto all’interno del canile di Pontetetto, ma solo “dopo aver fatto pratica come volontario tra gli amici a 4 zampe”, fino alle esperienze internazionali e alle campagne per i grandi brand (l’ultima, recente, per Adidas). Nel mezzo un tesserino da giornalista, molte partecipazioni a festival di fotografia per approfondimento professionale, una vita parecchio nomade e tanti studenti a cui insegnare il senso delle immagini e, forse chissà, molto altro.

Per tutti questi motivi siamo andati a conversare con lui nella sua tana, un luogo un po’ casa, un po’ studio, dove non tutti sono ammessi. Perché rispetto alla sua arte, che tende all’universale, Filippo è molto più selettivo. Ma prima di aprire questa speciale porta, conosciamolo attraverso i commenti ad alcune sue tappe significative, senza necessariamente parlare solo di fotografia.

SENEGAL. Filippo c’è stato più volte, nel 2006, nel 2008 e nel 2014, complici un reportage, due mostre e alcuni familiari che torna a trovare volentieri.

“In Senegal mi sono sentito piccolo piccolo. Come un libro di Kafka, sono finito al centro di un intrigo internazionale che ancora non si è risolto, come vivere in un film di spionaggio, dove mio malgrado, il ruolo dell’agente segreto è toccato a me. Come comprimari avevo la polizia senegalese e l’intelligence americana. In fondo non è quello il ruolo che, in tanti, da piccoli, o guardando un film, sogniamo di avere?. A me almeno l’idea piaceva, ma in realtà non è così divertente in fondo. Comunque andava provata come esperienza”.

NEW YORK. È stata la sua città d’adozione più o meno senza interruzioni dal 2007 al 2010. Anche perché, nel 2009, riceve una borsa di studio dal prestigioso International Center of Photography (ICP) di New York, dove si perfeziona in fotografia documentaria. In quel periodo lavora a stretto contatto con il fotografo e suo insegnante Joshua Lutz specializzandosi nella visione fotografica large format. Sempre a New York prosegue le sue prime ricerche fotografiche facendo propri i concetti della visione documentaristica, oggettività e realismo, applicati al ritratto urbano. Da lì poi nascono anche le sue successive principali ricerche sul territorio, a partire da quello a lui più familiare, con il progetto Tuscany B – Side, per poi spostarsi su altri terreni quali Roma ed il suo GRA, la Sicilia, Ankara, Lugano, la Corsica ed altri.

“Un’esperienza totale e totalizzante, la sensazione: un rodeo. Ovviamente fatto al 100% di fotografia. A chi mi dice che non ho fatto il militare rispondo che è vero, ma ho studiato all’ICP di NY, non penso sia un’esperienza molto diversa, a parte gli strumenti utilizzati”.

SVIZZERA 2017 E FRANCIA 2018. Tra le tante mostre realizzate, Filippo sceglie di raccontarci le emozioni di queste due.

“La sensazione? un parto. Le mostre sono un passaggio rituale e simbolico importante, uno staccarsi dal proprio lavoro per vederlo attaccato ad un muro, è davvero una sorta di parto con momenti di gioia e un po’ di sofferenza, non è più così solo ed esclusivamente il tuo lavoro ma diventa del mondo, di chi lo guarda, di chi lo apprezza e lo fa a sua volta proprio. Sapere che c’è stato un signore svizzero che prima ancora che la mostra inaugurasse ha chiamato in galleria e si è presentato a mostra ancora chiusa perché doveva vedere gli scatti da solo e subito… non ha prezzo”.

CORSICA 2018. Filippo ci va per una Residenza d’artista al Centre Méditerranéen de la Photographie di Bastia per aver vinto il Premio Miglior Portfolio al Photolux Festival 2017.

“Una conferma sperata, la sensazione: un abbraccio. Mi ha dato la certezza di poter lavorare a tutto tondo su un paesaggio culturale comune, che le nazioni si chiamino Italia, Francia, Svizzera… La loro storia ha più punti in comune che differenze, e il paesaggio tiene fedelmente traccia di tutto e, se sai cercare dentro, ci trovi tutto”.

Una definizione, quella di Filippo, che ci fa tornare all’inizio, ovvero al veritiero senso di confine.
Ecco, ora siete pronti per entrare nella tana di questo fotografo stra-Ordinario.

lascia un commento