A Torino le visioni ibride e surreali di Sandy Skoglund, pioniera della stage photography

La prima mostra antologica dedicata al suo lavoro, con un’eccezionale anteprima mondiale.

Al confine tra fotografia, arte e teatro, le immagini di Sandy Skoglund, pioniera della stage photography, propongono uno sguardo surreale, libero e visionario sulla realtà quotidiana.
Torino dedica alla fotografa newyorkese la prima, grande esposizione antologica, curata da Germano Celant e aperta negli spazi di Camera – Centro Italiano per la fotografia fino al 24 marzo 2019.

VALUE OF WASTED TIME

La mostra ricostruisce il percorso artistico di Sandy Skoglund in oltre 30 lavori di grande formato, partendo dalle prime serie fotografiche prodotte a metà degli anni ’70, dove già troviamo i temi caratteristici della sua opera – la trasformazione di interni domestici apparentemente banali e innocui in apparizioni destabilizzanti, inquietanti e ironiche – fino alle grandi composizioni dei primi anni ’80, che l’hanno fatta conoscere a livello internazionale.

Opere storiche come le visionarie “Radioactive cats”, del 1980, e “Revenge of the goldfish” del 1981, autentiche icone del periodo, offrono rivisitazioni stranianti di ambienti famigliari dai colori improbabili, abitati da figure surreali. Ne risulta una straordinaria potenza evocativa, un immaginario sospeso tra sogno e realtà: gatti verdi e pesci volanti si muovono su sfondi domestici, in cui si muovono esseri umani un po’ trasognati, indifferenti all’assurdità del contesto in cui si trovano. “Credo che esista un contrasto tra l’aspetto della fantasia”, ha affermato Skoglund, “e la realtà. Poiché noi, in quanto esseri umani, ci consideriamo la principale forma di coscienza esistente in natura, ho scelto di popolare le mie immagini con animali per introdurre nella nostra esperienza questa coscienza alternativa.”

Queste immagini non sono frutto di rielaborazioni grafiche o interventi in photoshop: al contrario, nascono sempre dalla minuziosa costruzione di un set teatrale, estremamente complesso, creato in ogni dettaglio dall’artista stessa, che inserisce infine nella scenografia le sculture in terracotta e resina, realizzate a mano, e le comparse umane. Solo a questo punto Sandy Skoglund fotografa la scena, a conclusione di un procedimento che ne giustifica la rarefatta produzione e la particolarità della sua azione artistica, al tempo stesso scultorea, di stage setting e fotografica. Elementi che si ritrovano nella mostra torinese, dove alcune sculture rimandano alle fotografie e viceversa. “Spesso mi chiedono perché non realizzi le mie opere al computer”, sottolinea la fotografa newyorkese: “questo ne cambierebbe profondamente il significato. Sapere che ciò che osserviamo è esistito davvero, nella sua concretezza, modifica la percezione stessa dell’immagine osservata.” Un risultato perfetto, che cela (e rivela) uno sguardo critico sulla società contemporanea, sul consumismo e sul suo ipocrita conformismo.

Tra le tante opere storiche che compongono quest’esposizione, realizzata in collaborazione con la Galleria Paci Contemporary di Brescia, “True Fiction Two”, una serie realizzata tra il 1986 e il 2005 – venti scatti che restituiscono una lisergica interpretazione dell’American Way of Life – oltre a “Fox Games” e “The Green House”,scene affollate da volpi rosse e cani viola, accanto all’assurda coreografia di statue e figure umane ritratta in “Shimmering Madness”, del1998, e al visionario picnic di “Raining Popcorn” del 2001. Tra le due opere più recenti, “Fresh Hybrid” e l’inedito “Winter”, passano ben 10 anni: sono i primi due capitoli di una impegnativa serie dedicata alle quattro stagioni, con riflessioni sull’arte e sulla vita, nel sempre più complesso rapporto tra essere umano e natura, realtà e artificio. Proprio “Winter”, presentata in anteprima mondiale a Torino, costituisce il fulcro dell’intera esposizione, confermando l’unicità della ricerca e del linguaggio di Sandy Skoglund. “Ogni frammento di ‘Winter’”, spiega l’artista, “è stato scelto per esprimere la paura primaria della dipendenza umana dalla natura e dagli altri. Noi non siamo soli, e la nostra situazione è invariabilmente precaria”.

lascia un commento